L’angolo di Michele Anselmi

Domani, giovedì 7 ottobre, esce nelle sale italiane “La scuola cattolica”, il film di Stefano Mordini tratto dal romanzo di Edoardo Albinati. Dopo l’anteprima fuori concorso alla Mostra di Venezia, il film è incappato alla vigilia del debutto nei cinema in una pessima storia di censura: un divieto ai minori di 18 anni, il massimo, credo che non succedesse da 23 anni per un titolo italiano. Addirittura tre sezioni della ministeriale Commissione di censura, anzi “di revisione cinematografica” (notate l’eufemismo), si sono espresse su “La scuola cattolica”: prima la VII, comminando il divieto, poi, di fronte alla richiesta della Warner Bros di un secondo giudizio in appello, altre due sezioni, la II e la III, in riunione congiunta, o così dovrebbe essere andata. Di nuovo confermata la sanzione, che certo crea un danno, anche commerciale, al film di Mordini.
A questo punto pare difficile una “derubricazione”, anche se intervenisse il ministro Dario Franceschini, il quale il 5 aprile scorso promise solennemente l’entrata in vigore di un nuovo e più duttile sistema di valutazione dei film sul piano della difesa dei minori. La riforma c’è, ma sta scontando ritardi, sicché vige ancora la vecchia norma.
Confesso che fa un certo effetto leggere la “motivazione” dei censori, sembra di tornare all’Italia di quel vecchio film con Alberto Sordi, “Il moralista” (1959). Eccola per intero: “Il film presenta una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice. In particolare i protagonisti della vicenda pur partendo da situazioni sociali diverse, finiscono per apparire tutti incapaci di comprendere la situazione in cui si trovano coinvolti. Questa lettura che appare dalle immagini, assai violente negli ultimi venti minuti, viene preceduta nella prima parte del film, da una scena in cui un professore, soffermandosi su un dipinto in cui Cristo viene flagellato, fornisce assieme ai ragazzi, tra i quali gli omicidi del Circeo, un’interpretazione in cui gli stessi, Gesù Cristo e i flagellanti vengono sostanzialmente messi sullo stesso piano. Per tutte le ragioni sopracitate la Commissione a maggioranza ritiene che il film non sia adatto ai minori di anni diciotto”. Ne esce un giudizio astruso e moralistico, nel senso che si parte da una sequenza, peraltro mal interpretandola e facendone una sorta di paradigma, per estrarne una valutazione fortemente critica, insomma sarebbe un film diseducativo e pericoloso. A questa scelta, che io trovo anacronistica e addirittura scellerata, hanno contribuito formalmente 27 persone, cioè i componenti delle tre sezioni di censura (poi ci saranno stati degli assenti).
Quanto al film, certo controverso, rischioso, da alcuni colleghi assai disdegnato, ripubblico qui sotto quanto scrissi dalla Mostra di Venezia il 6 settembre scorso, esattamente un mese fa. Debbo però dire che, dopo l’occhiuta censura subita ad opera di un organismo ministeriale, “La scuola cattolica” mi appare oggi sotto una luce diversa: migliore.
—-
Mica facile racchiudere un libro di 1.294 pagine in un film di 115 minuti. Ci prova Stefano Mordini con “La scuola cattolica”, dall’omonimo (e autobiografico) romanzo di Edoardo Albinati, vincitore dello Strega 2016. Accolto tra i fuori concorso al Lido, il film è di quelli destinati a suscitare vivaci controversie, specie sul fronte giornalistico cattolico; bisognerà poi vedere se il pubblico giovanile, al quale pure è rivolto, risponderà quando sarà nelle sale, ai primi di ottobre, con Warner Bros.
Il regista piazza in apertura la scena che nel romanzo arriva a pagina 473: ovvero la Fiat bianca lasciata per strada dai due giovani stupratori e assassini del Circeo. Una delle due ragazze credute morte, Donatella Colasanti, con le forze residue bussa dall’interno del portabagagli sentendo dei passi. Da lì si vola a “sei mesi prima”, per poi riavvicinarsi in un andirivieni temporale a quell’orribile notte tra il 29 e il 30 settembre 1975. Del resto, lo stesso Albinati, che non collabora al copione firmato dal regista insieme a Massimo Gaudioso e Luca Infascelli, scrive nel libro: “L’ho presa un bel po’ alla larga? Avete ragione: ma era la natura stessa del delitto a richiedere che se ne raccontassero i preliminari; o piuttosto, i cerchi concentrici che lo avvolgono (…). La scuola, i preti, i maschi, il quartiere, le famiglie, la politica”.
Mordini, classe 1968, orchestra un film complicato e corale, forse troppo ambizioso, però anche efficace nel crescendo tragico. Non direi che sia “assolutorio”, come eccepiscono alcune colleghe; e poco mi convince l’altra contestazione registrata, secondo la quale Mordini avrebbe cancellato il contesto storico, le turbolenze post-sessantottine, l’infuocato clima politico della Capitale (in fondo quei “figli di papà” erano parcheggiati apposta nelle scuole cattoliche, nell’illusione di preservarli proprio dal mondo giovanile “di sinistra”). I difetti stanno altrove, ad esempio in una certa rozzezza della messa in scena, nello schematismo con il quale vengono resi alcuni personaggi, nello sguardo del giovane Albinati affidato a una voce narrante che però nel romanzo è quella riflessiva di un uomo maturo incline al ricordo.
Resta l’indagine su quella peggio gioventù, benestante e violenta, che avrebbe prodotti tre criminali come Angelo Izzo, Andrea Ghira e Giovanni “Gianni” Guido. “Queste ormai non servono più a niente” ghigna uno dei tre dopo aver infierito per infinite ore sui corpi di Rosaria e Donatella; e naturalmente il film rievoca non solo i fatti che portarono allo scempio, ma appunto le convergenti vicende – umane, familiari, sessuali – di quei tre e altri figli di papà tutti provenienti dalla scuola cattolica paritaria “San Leone Magno”, qui ribattezzata “San Luigi”. Citazioni d’atmosfera? I film “Storie immorali di Apollinaire” e “Profondo rosso”, il Battisti di “La collina dei ciliegi”, eccetera.
Allevati secondo il triplice concetto di “persuasione, minaccia, punizione”, gli adolescenti in questione, a parte i tre assassini, non appaiono poi così peggiori dei rispettivi genitori, meschini o brutali anch’essi. Magari ci sarebbe voluto un regista come Marco Bellocchio per rendere più allegorico l’affresco tra sociale e psicologico; ma Mordini, intrecciando la prova di attori noti e volti nuovi, si attiene alla prospettiva di Albinati, s’intende semplificandola per restituire la ferocia di quei ragazzi senza remore morali, del tutto impermeabili ai precetti del cattolicesimo pedagogico. Appunto: “Amici della morte, amici nella morte” come in una scena teorizza l’invasato Izzo dopo il misfatto del Circeo.

Michele Anselmi