La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor | 19

C’è una canzone di Pierangelo Bertoli intitolata “Varsavia”. Dice un verso: “Hanno ucciso un ragazzo di vent’anni / l’hanno ucciso per rabbia o per paura / perché aveva negli occhi quell’aria sincera / perché era una forza futura”. Quel ragazzo si chiamava Grzergorz Przemyk, venne picchiato a morte dalla Milizia civica polacca il 12 maggio del 1983, durante il regime comunista. Adesso un film del 37enne Jan P. Matuszyński, in concorso qui alla Mostra, ricostruisce la vicenda, umana e politica, che ne seguì. Per comodità utilizzo il titolo internazionale, “Leave No Traces”, pressappoco “Non lasciate tracce”, cioè l’ordine che veniva impartito ai poliziotti durante i pestaggi per evitare i lividi più vistosi. Difficile non pensare al nostro Stefano Cucchi e ai depistaggi sulla sua fine in carcere, anche se nel caso polacco fu l’apparato burocratico di un intero Paese a mobilitarsi, secondo le indicazioni del generale Jaruzelski, per evitare che fosse accertata la verità su quella morte vergognosa.

La storia in breve: il diciassettenne Grzergorz, figlio di una poetessa legata a Solidarność, è arrestato in una piazza insieme all’amico Jurek, poco più grande, per non aver voluto esibire la carta d’identità. Poteva farlo, ma il suo gesto scatena comunque la rabbia dei poliziotti, sotto lo sguardo attonito dell’amico. Quando lo sventurato muore, a causa del fegato e dell’intestino spappolati, Jurek diventa l’unico testimone di quella feroce tortura, quindi l’uomo da annientare.

Nella misura lunga di 160 minuti, “Non lasciate tracce” rievoca il calvario vissuto da Jurek, diventato suo malgrado un eroe, benché pressato da ogni parte, tra inaudite minacce e pressioni psicologiche, perché ritirasse la propria versione dei fatti.

Ne esce il ritratto di una Polonia sotto il giogo comunista, in una clima da “Le vite degli altri”, con l’apparato della sicurezza nazionale deciso, tra manipolazioni e “cimici”, a sputtanare il giovanotto e chiudere l’imbarazzante vicenda rilanciata per prima dalla Bbc.

“Non lasciate tracce” sta bene in questa Mostra ricolma di film a sfondo storico, su temi come la dittatura, la guerra, le torture, le fosse comuni, la distruzione sistematico dell’individuo. Una sforbiciata avrebbe giovato qua e là, anche per evitare inutili ripetizioni; ma certo quello che emerge è il ritratto spaventoso di una Polonia retta secondo i dettami della soffocante regia sovietica. Solo nel 1990, una volta crollato il muro di Berlino, Lech Wałęsa sarebbe asceso al potere, primo presidente eletto dai cittadini dopo 65 anni.

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Anche il francese “Les choses humaines”, qui fuori concorso, si chiude in un tribunale, ma per fortuna non si tratta di processo-farsa. Tratto dal romanzo “Le cose umane” di Karine Tuil, edito in Italia da “La nave di Teseo”, il film di Yvan Attal è di quelli “da dibattito”, partendo da una prospettiva che il regista sintetizza così: “L’idea è quella di calare il pubblico nei panni di un giurato che in ogni momento si chiede cosa deve pensare per fare giustizia”.

C’è un controverso caso di stupro al centro della faccenda. Il ventiduenne Alexandre Fanel è appena tornato a Parigi per incontrare i genitori separati: il padre è un noto conduttore televisivo sciupafemmine, la madre un’apprezzata femminista radicale. Il caso porta il giovanotto a uscire con Mila, la figlia diciassettenne del nuovo compagno della mamma. Sembravano piacersi, ma lei il giorno dopo denuncia Alexandre per stupro. Sarà per tutti l’inizio di una dura resa dei conti: con ipocrisie, congetture, pregiudizi e manicheismi.

“Les choses humaines” è un bel film processuale e insieme un’analisi sferzante, anche impietosa, della natura umana. E quindi, parola del regista: “Il potere degli uomini e il suo abuso, la cecità del desiderio maschile e le sue conseguenze devastanti, la cultura dello stupro, l’aria grigia del consenso, i social media, la giustizia repubblicana e il tribunale popolare”.

Il film, lungo quasi 150 minuti, scorre via veloce nonostante le digressioni, benissimo interpretato da attori come Ben Attal, figlio del regista e di Charlotte Gainsbourg, Susanne Jouannet, Pierre Arditi, Mathieu Kassovitz. Mi auguro che qualcuno lo acquisti per l’Italia.

Michele Anselmi