L’angolo di Michele Anselmi
“Based upon a true story” si legge sui titoli di testa di “The Good Nurse”, il tosto e bel film del danese Tobias Lindholm, classe 1977, che danno su Netflix da qualche settimana. Insomma la storia è vera, verissima, assai tragica, e fa tornare alla mente alcuni casi di morti sospette avvenute anche in alcuni ospedali italiani, negli anni. Ma non vorrei dir troppo, perché il film, peraltro coprodotto dallo stimato regista newyorkese Darren Aronofsky, a Venezia 2022 col suo “The Whale”, è di quelli che isolano un microcosmo, diciamo sociale ed esistenziale, per parlare anche di una certa follia insita nel Sogno/Incubo americano.
Siamo nel 2003, al Parkfield Memorial Hospital del New Jersey. L’infermiera specializzata Amy Loughren, madre separata di due ragazzine, è stremata dalla fatica, a causa di una cardiomiopatia che rischia di ucciderla prima che possa contare sull’assicurazione sanitaria prevista entro quattro mesi. Lei è premurosa, attenta, gentile con i pazienti: proprio una “good nurse”. Ma ha appena pagato 980 dollari per una visita cardiologica e non sa più come tenere insieme lavoro sottopagato e famiglia nervosetta. Per fortuna al “Parkfield” hanno appena assunto un infermiere con lunga esperienza, Charlie Cullen, che si mostra subito fattivo, sensibile, anche in sintonia con lo stile di Amy. Se non fosse che all’improvviso alcuni pazienti cominciano a morire, misteriosamente. Lo stesso ospedale, preoccupato dagli eventi, coinvolge tardivamente la polizia, ma i due detective incaricati sembrano essere messi di fronte a un muro di gomma.
Chi uccide i pazienti, perlopiù donne ma non solo, e soprattutto come li uccide? Occhio all’incipit, ambientato in un altro nosocomio, nel 1994, dove fa capolino, di fronte a un disperato tentativo di rianimazione, proprio l’inerte Cullen.
Un po’ alla maniera dei vecchi telefilm sul tenente Colombo, lo spettatore intuisce quasi subito chi è l’assassino, solo che non ci sono le prove, e sarà naturalmente Amy, scissa tra orrore e gratitudine nei confronti del nuovo collega, a doversi mobilitare per evitare che la faccia franca e ricominci a uccidere in un altro ospedale.
Scritto da Krysty Wilson-Cairns insieme a Charles Greaber, autore di un libro-inchiesta sul caso, “The Good Nurse” ha un andamento lento, su tinte livide, con pochi tocchi di musica. Bisogna un po’ caderci dentro per apprezzarlo (raccomando la versione originale in inglese coi sottotitoli). Si parla di povertà crescente, di assistenza sanitaria costosa, di ospedali “distratti” per interesse; ma poi è lo strano rapporto che si crea tra Amy e Charlie a definire il “tono” emotivo del film, anche il dilemma umano che evoca e ritrae.
Insomma, non mi sembra un film da “mah!”, come pure ho letto qui su Facebook. Jessica Chastain, sottratta a ruoli d’azione che le stanno stretti, recupera qui una dimensione più intensa, sofferta, e mi pare credibile come infermiera dalla vita incasinata; mentre l’attore inglese Eddie Redmayne, che qualcuno ricorderà nel ruolo di Stephen Hawking in “La teoria del tutto”, sfodera il giusto mix di dolcezza, minaccia e ambiguità. Non male lo showdown finale.
Michele Anselmi