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McConaughey icona-sexy con maglietta bagnata. “Serenity” con l’inganno

L’angolo di Michele Anselmi 

A un passo dai 50 anni Matthew McConaughey dev’essersi parecchio divertito a incarnare una specie di “mister maglietta bagnata” nel film “Serenity – L’isola dell’inganno”, nelle sale con Lucky Red da giovedì 18 luglio. Un pescatore rude, muscoloso, sensuale, taciturno, quasi sempre in t-shirt bianca, spesso zuppa di pioggia per far risaltare la “tartaruga” sottostante, un avventuriero insomma che s’è nascosto, sotto falso nome, in un’isoletta tropicale battezzata Plymouth, non troppo distante dalla Florida (in realtà hanno girato alle Mauritius, infatti la guida è a destra).
Scritto e diretto dall’inglese Steven Knight, che si fece molto apprezzare per quel “Locke” girato tutto dentro un’auto in tempo reale, il nuovo film prende aria, sodio e salsedine, essendo ambientato in un mare da sogno, anche se l’ulcerato Baker Dill, che vive in un container, ha altri problemi ai quali pensare.
Proprietario di una barca a motore, appunto la “Serenity”, nella quale scarrozza a pagamento ricchi turisti americani per far loro provare il brivido della pesca allo squalo, l’uomo è ossessionato da un pescione che sempre gli sfugge. E qui siamo in zona Hemingway con qualcosa di Graham Greene; anche se il regista conduce subito la storia da un’altra parte, e cioè verso noir classici come “La fiamma del peccato” (volendo anche il più recente “Due vite in gioco”).
Infatti ecco sbarcare sull’isola una misteriosa dark-lady bionda in puro stile anni Quaranta, col viso e il corpo di Anne Hathaway. Karen ha un’unica proposta da fare allo squattrinato Baker, che amò da giovane e col quale fece addirittura un figlio: 10 milioni di dollari per uccidere, durante una battuta di pesca, il marito Frank Zakarias, un omaccio sadico, manesco, cattivo, dai loschi traffici.
Ci fermiamo qui, cioè a circa mezz’ora di film, perché tutto il resto non si può raccontare, vista la gragnola di colpi di scena, rovesciamenti di campo e di tempo, sospensioni dell’incredulità richieste allo spettatore, in una chiave pure cervellotica, vagamente in bilico, solo per dare un’idea, tra “The Game”, “The Truman Show” e “Il sesto senso”.
La cinepresa molto indulge sul corpo marmoreo e apollineo di McConaughey, ripreso nudo mentre nuota sott’acqua, soddisfa a letto una cinquantenne “milf” del posto, gonfia i pettorali e fa il verso al Brando “selvaggio” degli inizi. Il pescatore, del resto, custodisce un doloroso passato di guerra, ma se non altro pare consapevole di quanto sta avvenendo sull’isoletta sperduta (occhio al sottotitolo del film).
Knight, che è un regista sofisticato, autore pure di romanzi, immerge il suo noir alla luce del sole in un’atmosfera trapunta di ostentati cliché cinematografici, citazioni e strizzatine d’occhio. Se il dilemma morale è chiaro, lo spettatore si chiede dove andrà a parere la scorribanda marinara con delitto incorporato e finale a coda di pesce. Diciamo che tutti sembrano interpretare una parte e qui sta la trovata non proprio fresca della faccenda; alla quale contribuiscono, tra sguardi in tralice e foschi presagi, gli altri interpreti ingaggiati: da Diane Lane a Jason Clarke, da Djimon Hounsou a Jeremy Strong.

Michele Anselmi

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