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A 94 anni se ne va Piccoli. Sempre ironico, mai divo. Nel 2011 fu un Papa in crisi

L’angolo di Michele Anselmi 

Solo oggi, sei giorni dopo, è stata resa nota la notizia. “Michel Piccoli si è spento il 12 maggio tra le braccia della moglie Ludivine e dei suoi giovani figli Inord e Missia, in seguito ad un incidente cerebrale” si legge in una nota della famiglia trasmessa all’agenzia France Presse da Gilles Jacob, amico dell’attore nonché ex presidente del Festival di Cannes. Nel corso della sua lunga carriera ha girato oltre 230 film. Un elenco dove brillano alcuni dei più grandi registi della storia del cinema, da Buñuel a Godard, da Ferreri a Hitchcock, da Sautet a Bellocchio, da Rivette a Manoel de Oliveira.

Un Papa così non s’è mai visto al cinema. Fragile, toccante, atterrito. Perplesso. La papalina bianca l’hanno indossata in tanti, sul grande schermo e piccolo schermo, da Anthony Quinn a James Cromwell, da Bob Hoskins a John Goodman, da Paolo Stoppa a Neri Marcorè, da Anthony Hopkins a Jonathan Pryce. Ma volete mettere il Michel Piccoli di “Habemus Papam”?
Michel Piccoli fu straordinario, a 85 anni, nei panni del cardinale Melville, porporato di seconda fila, fuori dai giochi del Conclave. Ricorderete il film di Nanni Moretti del 2011: dopo due fumate nere, si ritrova invece eletto Papa a sorpresa, e a quel punto, sconvolto dagli eventi, schiacciato dal senso di inadeguatezza rispetto al ruolo cui è chiamato, rifiuta l’investitura per perdersi, mimetizzandosi tra i pellegrini, nella folla della Capitale. Vuole solo scomparire, annullarsi, spaventato dal cimento.
“Dio vede in me capacità che non ho. Dove sono, dottore? Le cerco e non le trovo” sospira l’umanissimo Pontefice allo psicoanalista Nanni Moretti, chiamato in tutta fretta dal portavoce papale per risolvere la grana, che gli chiede se ha “problemi con la Fede”. Più tardi, vestito in abiti borghesi, il Papa che non ha ancora accettato di essere tale sembrerà ancora più smarrito al cospetto di un’altra psicologa, Margherita Buy, che ne ignora l’identità. Lei domanda: “Di queste difficoltà ha parlato con nessuno? Che lavoro fa?”. La sua risposta è laconica: “Già, cosa faccio?”.

Ci voleva un attore del calibro di Piccoli per riempire i vuoti esistenziali di quel personaggio inventato e insieme anticipatore. Un Papa disorientato, a una passo dalla regressione, ma anche consapevole dei propri limiti. La versione ufficiale del Vaticano lo racconta in preghiera, nell’attesa di mostrarsi ai credenti a piazza San Pietro, invece lui vaga per Roma, dopo aver eluso il controllo della scorta, sperando di essere preso a teatro per interpretare “Il gabbiano” di Cechov.

Fu un gran ritorno, per Piccoli. Anche se, in realtà, non se n’era mai andato. L’età avanzata – l’uomo viaggiava allora verso gli 86 anni – non gli aveva ha impedito di continuare a recitare. Dal 2000 a quell’esperienza romana aveva girato ben diciotto film, tre nel 2007, due nel 2008, due nel 2009. I titoli magari diranno poco al pubblico italiano: “Sous les toits de Paris”, “Boxes”, “L’insurgée”, “De la guerre”, “Un envol”…
Però l’attore prediletto di Marco Ferreri (sette film insieme, a partire da “Dillinger è morto”) non aveva mai smesso di calcare i set, in qualche occasione anche da regista e sceneggiatore. Un tempo era consuetudine doppiarlo, Moretti, invece, aveva voluto che parlasse con la sua voce, in presa diretta, senza nascondere la coloritura francese.
Del resto l’uomo aveva orecchio. Veniva da una famiglia di musicisti (madre pianista, padre violinista), era stato sposato undici anni con Juliette Gréco, con l’Italia aveva sempre conservato un rapporto speciale, di affettuosa amicizia e condivisione culturale. Per dire: girò film con Cottafavi, Bellocchio, Scola, Petri, Cavani, Tovoli, Corbucci (Sergio). Come tutti i grandi interpreti, non aveva bisogno di strafare sullo schermo: anche da zitto si vede che pensa, il suo sguardo è intelligente, acuto, non un gesto di troppo, perfino quando l’ironia proverbiale si converte nel vitalismo funereo di film come “La grande abbuffata”.
Socialista di lungo corso (nel 2007 firmò un manifesto invitando i francesi a votare a Ségolène Royal), Piccoli non poteva non incrociare, nel suo affollato percorso artistico, il cinema di Nanni Moretti. Anzi, sorprese che l’incontro tra i due non fosse arrivato prima. L’attore parigino portò in “Habemus Papam” quel suo gusto per l’understatement, l’incidere dolente e crepuscolare, anche il sorriso infantile che solo certi vecchi sanno sfoderare senza apparire ebeti (il saluto con la manina alle guardie svizzere da dietro una siepe). Il suo cardinale Melville, Papa irresoluto e irrisolto deciso a rinunciare al Soglio nello scandalo generale, è un personaggio che ispira simpatia. E chissà se, nell’indossare la papalina di Sua Santità, Piccoli avrà ripensato alla feroce invettiva anticlericale che lanciava in “La Via Lattea” di Luis Buñuel nel ruolo di Sade. Era il 1968. La sua “tirata” faceva così. “Dio non esiste. Ogni religione parte da un falso principio. Tutte le religioni presuppongono la necessità di credere in un Dio creatore, ma questo creatore non è mai esistito. Esiste forse una sola religione che non sia sotto il segno dell’impostura e della stupidità?”. Il cinema è bello anche per questo: permette di abbracciare gli opposti senza doversi pentire di nulla.

Michele Anselmi

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