La nausea. Non è soltanto un riferimento alla nota opera del filosofo francese esistenzialista, peraltro citato nel titolo e cornice culturale di tutta la pellicola. È soprattutto la sensazione che si prova nel vederla. Una noia “moraviana” di quasi due ore.

Presentata nella sezione Première alla scorsa edizione del Festival di Cannes, “A letto con Sartre”, diretta da Samuel Benchetrit con Vanessa Paradis e Valeria Bruni Tedeschi, sembra proporsi come un’opera, a tratti tarantiniana e coheniana. Alla “Fargo”, per intenderci. Ma non riesce a sfondare. Ad essere incisiva, lasciando lo spettatore in un limbo di fronte ad un racconto arzigogolato, colmo di non-sense.

Certo, ci sono scene ironiche e sarcastiche, come la storia di Eric Lamb nel ristorante indiano. Interessanti, quali quelle di metateatro, in particolare le recitazioni, vedi quella iniziale basata sulla ripetizione di tre volte la parola “mucca”. Ci sono scene empatiche come le prove dello spettacolo dedicato a Sarte, con la rappresentazione della piuma.

Ma il racconto, seppur ciclico, lascia lo spettatore in un limbo. Perché lo stesso esistenzialismo anche nella visione filmica è una perenne lotta tra male e bene, tra poesia e criminalità, come il boss che declama versi. Tra apollineo e dionisiaco. Per il regista “A letto con Sartre” è più semplicemente “una commedia assurda e poetica con ragazzi duri”. Al cinema dal 26 gennaio.

Alessandra Alfonsi