HIGHLIGHTS Recensioni

“A love song for Latasha”. La voce della resilienza dal 21 settembre su Netflix

“Se il cielo che noi guardiamo dovesse crollare e cadere e le montagne dovessero sbriciolarsi nel mare, non piangerò”.

California, 16 marzo 1991. La quindicenne afroamericana Latasha Harlins viene uccisa da un colpo di pistola alla testa dalla commerciante coreano-americana Soon Ja Du. Il motivo dell’omicidio è una bottiglia di succo di frutta che la nonna aveva chiesto a Latasha di acquistare per la colazione. Un colpo di pistola e la vita di una giovane ragazza viene gettata via, neanche il tempo di versare una lacrima, neanche il tempo di spiegare. Un dollaro e settantanove centesimi questo il valore associato al sogno di diventare un avvocato, alla volontà di andare al college, al desiderio di aiutare la sua famiglia dopo la morte della madre, trafitta da un colpo di pistola al petto.
Diciannove minuti per raccontare la storia di Latasha con immagini simili a quelle di una vecchia cinepresa. Quattro di quei diciannove minuti sono interrotti da uno sfondo scuro e disegni al neon che si susseguono alla stessa velocità della voce spezzata di Shinese, la migliore amica della vittima. Minuti che non testimoniano solo l’omicidio di una ragazza, ma soprattutto l’ingiustizia seguita alla sua morte che vede nel razzismo il suo movente principale. La testimonianza riportata è quella di una storia di abituale e immotivata follia basti pensare che pochi giorni prima c’era stato il pestaggio di un altro afroamericano. Come è cambiata la realtà ad oggi? È possibile dire che il sogno di Latasha di creare e vivere una realtà diversa si è avverato? È possibile affermare che il suo sacrificio non sia stato vano? No. Lo sguardo di Shinese conferma quanto sia stato impossibile per lei mantenere le promesse fatte da bambine: “Se lei fosse qui sarei sicuramente un avvocato”, “Se lei fosse qui avrebbe…”, “Se lei fosse qui avremmo scelto…”. Nessuna attività aperta per sfuggire alle occhiate cariche di odio dei “bianchi”, nessuna attività che possa aiutare i ragazzi del quartiere. La morte di Latasha ha portato con sé tutto, lasciando agli altri la sola possibilità di alzare le mani in segno di resa anche se, come si leggerà nelle testimonianze finali, forse una piccola scintilla di resilienza è rimasta viva fosse solo per chiedere giustizia. Shinese, tramite il documentario, ha forse ottenuto la giustizia più grande, quella di mantenere vivo il sacrificio di una giovane la cui vita è valsa meno di due dollari, gli stessi che era pronta a pagare per un succo di frutta. Un sospettato tentativo di furto con pagamento incluso. “E ho realizzato che mamma ha davvero pagato il prezzo. Ha quasi dato la vita per crescermi bene e tutto ciò che avevo da darle era il mio sogno, di come avrei dominato il microfono e come sarei arrivato sul grande schermo. Cerco di fare un dollaro da 15 centesimi è difficile essere a posto e pagare l’affitto. Provo a trovare i miei amici, ma scompaiono nel vento” – 1993 Tupac dedicò a Latasha la canzone Keep Ya Head Up.

Cristina Quattrociocchi

Condividi quest'articolo