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“A mano disarmata”. La vita sotto scorta di Federica Angeli

L’angolo di Michele Anselmi

C’era anche Carlo Verdelli, da poco direttore di “la Repubblica”, martedì sera all’anteprima di “A mano disarmata”, il film di Claudio Bonivento che racconta la dura battaglia della giornalista Federica Angeli contro il clan degli Spada a Ostia. Vai a sapere se il quotidiano, come pure sembra suggerire una scena, ebbe qualche tentennamento nel comportamento da tenere, ma è un fatto che il 6 giugno 2018 l’ex direttore Mario Calabresi si presentò al maxi-processo per mafia contro quei malviventi per ribadire il sostegno concreto alla giornalista da cinque anni sotto scorta (sono 19 i colleghi nelle sue condizioni oggi in Italia).
E proprio giovedì 6 giugno, esattamente un anno dopo, il film arriva nelle sale, prodotto da Andrea Di Nardo e distribuito da Eagle Pictures. Progetto nobile, nato da un’idea di Paolo Butturini, già destinatario del neonato Nastro d’argento “della legalità”, certo una storia vera, verissima, anche se la sceneggiatura si prende naturalmente qualche libertà drammaturgica, cambiando pure parecchi nomi: il clan degli Spada diventa il clan dei Costa, l’imprenditore Paolo Papagni diventa Guido Serra…
Al suo terzo film da regista, dopo i lontani “Altri uomini” e “Le giraffe”, il produttore che lanciò i Vanzina nei primi anni Ottanta si conferma autore di netto impegno civile, che guarda al sodo, non si perde in bellurie estetiche e si rivolge alla tribolata vicenda di Federica Angeli per raccontare “una storia ricca soprattutto di un’alta dignità morale”.
Il punto di vista adottato, desunto dal libro omonimo della cronista ritoccato per lo schermo da Domitilla Shaula Di Pietro, non è quello del “romanzo criminale”, a Bonivento interessa soprattutto ricostruire la vita capovolta, stravolta, sotto scorta, tra insidie e intimidazioni, di Federica Angeli.
Madre di tre figli piccoli e moglie di un uomo adorabile, la cronista divenne improvvisamente la bestia nera degli Spada tra il maggio e il luglio del 2013. Angeli fu prima sequestrata in una stanza e minacciata di morte per aver curiosato in uno stabilimento balneare gestito dal clan; poi, avendo denunciato gli autori di una sparatoria avvenuta sotto le sue finestre, finì sotto scorta per decisione del Viminale.
Come sapete, è Claudia Gerini a incarnare la giornalista, subita derubricata a “infame” dagli Spada e oggetto di foschi avvertimenti. “Giornalista di Ostia, io te levo la serenità dentro casa!” le grida per strada il boss capellone Calogero Costa, un mix di Carmine e Roberto Spada, e intanto Federica avverte il vuoto che la paura diffusa sta creando attorno a sé. A scuola, nei rapporti familiari, anche in redazione.
Sarà bene ricordare che la posta in gioco era alta a Ostia: associazione di stampo mafioso, omicidio, estorsione, usura, detenzione e porto di armi e di esplosivi, incendio e danneggiamento aggravati, traffico di stupefacenti, attribuzione fittizia di beni, acquisizione, in modo diretto e indiretto, della gestione e il controllo di attività economiche, stabilimenti balneari, sale giochi e negozi, eccetera. Può bastare?
“A mano disarmata”, nei suoi 104 minuti, descrive grinta e fragilità, audacia e smarrimenti di una donna, come le ricorda il padre nel momento di massima confusione, “nata per fare la rivoluzione e dire la verità”. Il film è un po’ declamatorio per i miei gusti, anche enfatico, c’è troppa musica spalmata dappertutto, qualche snodo narrativo suona precipitoso e custodisce due o tre divagazioni inutili; ma restituisce abbastanza bene il clima di progressivo isolamento, anche di angosciosa pena, nel quale la giornalista si trova a muoversi, tradita dalle amiche, redarguita dai familiari, privata dell’inchiesta.
Gerini si cala nel personaggio, che poi è una persona reale, con notevole piglio, a restituirne anche una certa grazia femminile; mentre, sul versante maschile, i cattivi sono interpretati da Mirko Frezza, Rodolfo Laganà e Maurizio Mattioli mentre i buoni hanno le facce di Francesco Venditti, Francesco Pannofino e Gaetano Amato. A mo’ di cameo, Bonivento spunta a sorpresa nel ruolo del direttore di “la Repubblica”: chissà che cosa avrà pensato Verdelli…

Michele Anselmi

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