Editoriale HIGHLIGHTS

A proposito del convegno dell’Anica su Cinema e Audiovisivo

Quando il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte giovedì scorso è salito sul palco per parlare dell’industria cinematografica e audiovisiva nel convegno organizzato da Francesco Rutelli con la Confindustria, ho temuto il solito discorso di prammatica. Invece ha stupito centinaia di partecipanti dicendo cose non banali, a partire da una citazione di Akira Kurosawa, l’indimenticabile autore di film straordinari, che ha definito il cinema un grande crocevia dove convergono talento, industria, denaro, competitività. Al termine del discorso di Conte ho avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere e mi ha sorpreso sentirlo affrontare con sapienza temi che di solito i politici non conoscono, specie quando si parla di cultura. Il pensiero va a Andreotti quando se la prese con il neorealismo sostenendo che i panni sporchi si lavano in famiglia e non in pubblico. Ho avuto la sensazione che alcuni oratori succeduti poi a Conte siano rimasti fermi alla nostalgia. Per esempio Fedele Confalonieri, che ha definito “predatori” i nuovi players, da Netflix a Amazon, solo perché fanno concorrenza a una televisione incapace di trasformarsi e destinata a soccombere. Non è un caso se quest’anno l’Oscar sia andato a un film prodotto da Netflix, vedi appunto Roma. Non è lamentandoci del futuro che cinema e tv potranno competere. Risibile è la pretesa di chi critica le produzioni che raccontano il male, da Romanzo Criminale a Gomorra. Sono invece tra i pochi nostri titoli di successo internazionale. È come se si condannasse Martin Scorsese perché fa film con protagonisti gangster e mafiosi. Rutelli, che da presidente dell’Anica ha risvegliato un’associazione dormiente, si è dimostrato abile timoniere sterzando verso una serie di oratori i quali hanno rivelato dati interessanti. L’economista Andrea Montanino ha sottolineato la debolezza dell’industria audiovisiva italiana, che rischia di diventare “un boccone molto appetibile” qualora non riesca ad attrezzarsi di fronte al nuovo che avanza. Nel giro di un decennio il digitale trasformerà così tanto cinema e tv da non riconoscerli più. Siamo pronti? Temo di no, se è vero che l’età media dei nostri produttori è più prossima ai 60 che ai 30, mentre in America è il contrario. Per parlare ai giovani, che hanno ormai abbandonato in massa la tv e in gran parte anche il nostro cinema, occorre parlare il loro linguaggio, altrimenti dialogheremo solo con i cinemorenti e i telemorenti come li chiama qualcuno. Se davvero vogliamo competere non dico con l’America, che è parecchi anni avanti, ma almeno con l’Europa, dobbiamo imbracciare l’arma del coraggio, abbandonare il buonismo e raccontare il paese per quello che è, con le periferie che scoppiano, la gente che non arriva a fine mese, la vecchia politica che arranca. Dare la parola ai giovani, questa dovrebbe essere la nostra missione. Li vediamo mai apparire in tv, quelli veri non quelli camuffati? Li vediamo mai protagonisti al cinema? Vedete mai parlare della scuola e dell’università senza sproloquiare? Invece di esaltare improbabili preti, suore, poliziotti e carabinieri, dovremmo realizzare film come quello su Stefano Cucchi. Perché la Rai non ha sentito il dovere di produrlo e lo ha finanziato invece Netflix? Sarebbe questo il servizio pubblico? Non sarà un caso se la nostra produzione, dice il rapporto Anica, occupa gli ultimi posti delle statistiche. La Francia è all’8° posto, noi al 22°. Per fortuna sono emersi alcuni dati incoraggianti. L’occupazione femminile è salita di 3 punti percentuale rispetto alla media nazionale di altri settori. Forse il fatto di essere scesi molto in basso fa ben sperare. Significa che rimboccandosi le maniche si può solo salire, mentre chi è troppo in alto rischia invece di scendere.

Roberto Faenza

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