L’angolo di Michele Anselmi
Siccome poi dicono che nutro una sorta di inciprignito pregiudizio nei confronti del cinema italiano d’autore (l’altro, quello di presunta commedia, neanche lo prendo più in considerazione, tranne due o tre eccezioni), oggi sono andato a vedere al cinema Adriano “Te l’avevo detto” di Ginevra Elkann. Eravamo in cinque allo spettacolo delle 17.30. Domani, giovedì 8 febbraio, lo smontano in parecchie sale, ma è anche vero che in questi sette giorni ha totalizzato appena 79 mila euro in tutta Italia, con circa 112 copie in giro.
Lo so: incasso e qualità spesso non vanno d’accordo, ed è un peccato, ma francamente fatico a vedere nell’opus n. 2 di Elkann, dopo “Magari” del 2020, un motivo valido per spendervi dei soldi, nonostante sia parecchio costato (produce The Apartment e distribuisce Fandango). Giuro, però: sono andato senza pregiudizi di sorta, nulla avevo letto e neanche conoscevo la storia corale, se non per quanto suggerito dal trailer molto trasmesso su La7.
Questa non è una recensione classica, andrò per punti, anzi capitoletti.
I PERSONAGGI. Per lo più donne, sostanzialmente cinque, tutte fuori di capoccia, ossia disfunzionali, incasinate, frustrate, patetiche. Gianna (Valeria Bruni Tedeschi) è una cattolica fervente e bigotta, dalla vistosa erre moscia, che pecca volentieri con la carne. Ha una figlia bulimica che lei chiama “culona”, Mila (Sofia Panizzi), la quale per vivere fa le unghie a una vecchia signora ricca e bisbetica incarnata da Marisa Boarini, madre nella realtà dell’attrice italo-francese. Gianna vuole soprattutto farla pagare, per via del marito che ci rimise la pelle durante un amplesso adulterino, all’ex pornostar Pupa (Valeria Golino), una specie di Cicciolina squattrinata e in disarmo che vive nel mesto culto di sé stessa. Poi c’è Caterina (Alba Rohrwacher), una madre sbevazzona estromessa dalla famiglia: lei sta andando via di testa perché il marito (Riccardo Scamarcio) la giudica inadeguata a far crescere il figlio Max (Andrea Rossi). A sua volta Caterina frequenta gli incontri tipo “alcolisti anonimi” gestiti da padre Bill (Danny Huston), un prete italo-americano eroinomane appena raggiunto dalla sorella isterica (Greta Scacchi) con le ceneri della madre, da seppellire, se possibile, nel Cimitero acattolico vicino alla piramide Cestia, dove riposa il poeta John Keats, espressamente citato.
L’AMBIENTAZIONE. Una Roma natalizia (si vedono alberi con le palle dappertutto) stretta in una morsa soffocante di caldo, fino a 36 gradi, dentro una luce caliginosa e arancione, spessa e impenetrabile, fornita dalla fotografia “arty” di Vladan Radovic. Tutti sudano, la siccità incombe, un po’ come nel film di Paolo Virzì. L’unico refrigerio – qui vince una sorta di fantascienza prossima ventura – potrebbe venire dagli agognati “laghi”, ma dove sono e come raggiungerli nella nebbia che tutto avvolge?
LE STRIZZATINE D’OCCHIO. A sorpresa su un bus notturno appare Alain Elkann, padre della regista nonché di John e Lapo, abbastanza stazzonato, ma sta zitto e non se la prende con “i nuovi barbari” come invece fece su “la Repubblica” dopo aver viaggiato in treno alla volta di Foggia. Mi pare, se non mi sono distratto, che venga evocata anche Margherita Agnelli, già moglie di Elkann senior. A un certo punto, mentre tutti stanno impazzendo per il caldo che offusca le menti, si sente in tv la voce di Giuseppe Cruciani, l’uomo di “La Zanzara”, che ironizza alla sua maniera furente sul riscaldamento globale.
I RIFERIMENTI. La rivalità tossica tra le due donne nemiche per la pelle potrebbe evocare qualcosa di “Che fine ha fatto Baby Jane?” di Robert Aldrich, anche se il tono tra sarcastico e apocalittico, scandito da musichette allegre per contrasto, deve parecchio a “Magnolia” di Paul Thomas Anderson e forse ad “America oggi” di Robert Altman. Nelle intenzioni, naturalmente.
LA SORPRESA. Danny Huston, di solito preso per fare il viscido cattivone nei film americani, parla un italiano perfetto, quasi senza accento. Non so se l’abbia imparato per l’occasione, del resto nacque a Roma nel 1962, ma è di sicuro il migliore in campo, nonostante quanto gli fa dire e fare la sceneggiatura scritta dalla regista insieme a Chiara Barzini e Ilaria Bernardini.
LE AMBIZIONI. “Te le avevo detto” ambisce a dire cose profonde sulla condizione umana, con un tono allegorico e grottesco, rendendo “piccoli mostri” i suoi personaggi alla deriva, persi nelle strettoie dell’esistenza, scorticati da un sole che non tramonta mai, in cerca di una redenzione impossibile.
LA STRONCATURA. Leggo, una volta tornato a casa, una bruciante recensione vergata da Federico Pontiggia per “Cinematografo.it”. Scrive il collega: “Un film d’autore in assenza d’autore. (…) Più saccente che ambizioso, derivativo di necessità, altmaniano per millantato credito, incapace di onorare la complessità che esibisce, prevedibile per quanto non si vorrebbe”. Meglio non avrei saputo dire. Solo che lui salva attrici e attori. Io neanche quelli.
Michele Anselmi