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Georgeanne Kalweit è innanzitutto un’artista eclettica. Per apprezzare in pieno quello che fa occorre andare oltre le barriere fra i vari canoni stilistici. Il suo nuovo album, “A Temporary Lie” uscirà a metà marzo e nasce da una collaborazione con la nuova band di Cesare Malfatti. Il risultato è una combinazione di post-punk, musica ambient ed elettronica. In passato Georgeanne ha cantato per la rock band italiana Delta V e ha partecipato come vocalist nel progetto The Dining Rooms di Cesare Malfatti e Stefano Ghittoni. Nel 2001 il gruppo inglese nu jazz The Cinematic Orchestra ha pubblicato un rifacimento di 7 minuti di “Ink”, uno straordinario pezzo che appartiene al repertorio The Dining Rooms col testo di Georgeanne.
Ma la creatività di Georgeanne non si limita alla musica. Cresciuta in una famiglia che documentava tutto quel che accadeva intorno in Super 8, ha imparato ad usare il proiettore sin dalla tenera età. Nel periodo del liceo ha lavorato come protagonista in molte delle prime pellicole di Roger Nygard, un regista divenuto in seguito un documentarista di culto per Hollywood. Tra le successive produzioni di Nygard va ricordato un documentario sui seguaci più fanatici di Star Trek, che si vestono come i personaggi della serie televisiva nella loro vita quotidiana.
Georgeanne vive a Milano dopo essersi trasferita in Italia nel 1986 per studiare arte. Ha una laurea in pittura e tecniche di stampa conseguita presso la University of Minnesota, l’equivalente del diploma rilasciato dall’Accademia. Giusto prima di venire in Italia aveva lavorato in “Cinderella”, un film della regista di fama internazionale Erica Beckman i cui lavori vengono mostrati soltanto nei musei. Nell’ottobre 2021 Erica Beckman ha nuovamente ingaggiato Georgeanne nella parte di un uomo in un’esibizione per il Performa Festival di Brooklyn. Prossima destinazione, si spera, Parigi. Per entrare nel ruolo Georgeanne ha dovuto studiare a fondo le movenze di Buster Keaton, i film muti e Marcel Marceau. Nel suo recente viaggio a New York ha avuto l’occasione di incontrare Laurie Anderson, uno dei suoi grandi punti di riferimento. Recentemente ha anche conosciuto Patti Smith in occasione di un suo concerto a Siena. Georgeanne mi dice che è sempre stata una grande fan sia di Anderson che Smith. Conoscerle entrambe è stata per lei la realizzazione di un sogno.

“A Temporary Lie with Georgeanne Kalweit” è un album molto sofisticato che potrebbe persino riscuotere una certa attenzione fuori dall’Italia, non pensi Georgeanne?
Georgeanne Kalweit: Speriamo di riscuotere attenzione in Italia e, sì, abbiamo intenzione di oltrepassare i confini. Ritengo sia senz’altro un progetto esportabile il nostro. È prodotto molto bene, lo si può percepire dalla qualità del suono ed è credibile perché io sono di madrelingua inglese. Abbiamo avuto nelle nostre fila i migliori musicisti a disposizione, tra cui Roberto Dell’Era degli Afterhours al basso & Fabio Rondanini dei Calibro 35 che è anche il batterista di ruolo per il programma televisivo Propaganda Live su La7. Per amor del cielo, in Italia importiamo di tutto, perché mai non potremmo avere un progetto di madrelingua inglese che nasce in Italia, qual è il problema?

Il brano d’apertura, “Your Go To”, mi ricorda “The Earth Is Flat” che chiudeva il tuo precedente EP “Swiss Bikes”. Sembrano entrambi meditazioni sulla dipendenza e sul persistere di vecchie abitudini.
G.K.: Non deve nemmeno necessariamente trattarsi di dipendenza da droghe, può essere qualsiasi tipo di dipendenza, persino televisiva, molte persone non sanno stare senza le serie TV. Sembra che stiamo tutti cercando un’evasione, e le opportunità per farlo di certo non mancano. Essere ritornata a vivere in città dopo nove anni trascorsi in campagna mi sta dando nuova linfa, nuova ispirazione. Ho maggiori opportunità di osservare la società e in genere i miei testi hanno sempre avuto un’impostazione sociopolitica. Sì, le vecchie abitudini non se ne vanno, penso proprio che il mio modo di scrivere rimarrà sempre così com’è. Ma la differenza in quest’album con Cesare Malfatti è che c’è più amore, più intimità, più tranquillità. Mi fa piacere che tu abbia notato la presenza di quel tema. “Your Go To” è una canzone su Minneapolis, perché ho ripensato ai posti e alle persone che conoscevo quando vivevo lì ed ero poco più che ventenne. Racconto di un cinema di Minneapolis nella zona dove si svolgeva la scena punk, brulicante di musica e locali. Quand’ero all’università io praticamente vivevo in quel cinema e in quei locali, ero sempre fuori casa, sera dopo sera. L’immaginario riguarda le persone che frequentavo che erano sempre in fuga da qualcosa, e infatti il protagonista della canzone si infila in un cinema per scappare dai suoi problemi. Per me il cinema è sempre stato l’equivalente di bigiare scuola, andare al cinema nel mezzo della giornata, prendere un Bloody Mary e starsene lì al cinematografo.

“The U Armchair”, il vostro secondo brano, è indirettamente dedicato allo scomparso poeta veneto Andrea Zanzotto, proveniente dalla provincia di Treviso proprio come me. Hai avuto modo di conoscerlo di persona?
G.K.: Lo conoscevo molto bene. È una storia un po’ lunga, cercherò di riassumerla brevemente. Avevo 21 anni e stavo per venire a Firenze per motivi di studio quando ho conosciuto il figlio di Andrea Zanzotto che studiava alla University of Minnesota. Tutto era pronto per me per andare a Firenze, era ora di partire. E noi siamo diventati davvero ottimi amici. Quando poi mi sono trasferita in Italia nel 1986 e ho finito gli studi, lui era a Pieve di Soligo e mi ha invitato a visitare casa sua “nelle colline”. I miei due giorni di permanenza diventarono dieci. Quando sono andata ad abitare a Milano nel 1988 vivevo nell’appartamento di Andrea Zanzotto. Io e Giovanni siamo ancora ottimi amici. Sua madre Marisa adesso è parecchio anziana ma riusciamo comunque sempre a fare un pranzo insieme. Diciamo che sono diventati una famiglia per me. Mi hanno accettato nella loro famiglia quando venni qui per la prima volta. Ne sono onorata.

Sia “Movin’ Round” che “My Path” danno l’impressione di essere canzoni molto personali. Ti descriveresti come un’anima irrequieta, sempre in movimento? Una cosa che ammiro in te è la tua voglia di contatto con la gente. L’ho percepita quando ho visto la tua esibizione live a Roma nel 2019 e lo percepisco nel tuo nuovo disco.
G.K.: Sì, ho cambiato casa molto spesso, vivo ora nel mio ventitreesimo appartamento. Non so se sono un’anima irrequieta, sono soltanto molto curiosa, un po’ nomade e un po’ vagabonda. Pensa al circo. Si innalza la tenda e quando è tempo di andare via la si richiude per rimetterla su da qualche altra parte. L’essenza di queste canzoni è che fra poco compirò 58 anni e allora ci sono più cose a cui ripensare, e la lezione o la consapevolezza che ne traggo è che alla fine la mia vera casa sono io.

Lo dici in “My Missing Muse” di essere diventata la musa di te stessa.
G.K.: Succede quando non hai una vera e propria musa. Per me la musa è sempre il partner o il marito ma ci sono volte in cui non puoi avere questo e allora lo devi ricreare. Devi esserlo tu invece di proiettarlo su un innocente che magari non vuole avere il ruolo di musa. Devi cercare dentro di te. Penso che la mia canzone più melanconica sia “My Missing Muse” perché esprime quel particolare sentimento di prosaicità che si avverte quando non si ha una musa o semplicemente qualcun altro con cui condividere le proprie impressioni sulla vita.

Mi ha intrigato “I’m Selective”. Ho riscontrato una certa ironia in quel pezzo e forse persino un punto di vista prettamente femminile riguardo alle situazioni.
G.K.: È uno slittamento di prospettiva nel senso che bisogna essere esigenti nei rapporti e che si diventa per forza di cose più selettivi riguardo a quello che si è disposti a sopportare col passare del tempo. Dal punto di vista di una donna, una donna emancipata e femminista come me, è un salutare avviso ai naviganti: “sappiate che sono selettiva”. Fate attenzione a come mi trattate. È l’accettazione del fatto che si può scegliere di innamorarsi e rinnamorarsi molte volte ancora con la stessa persona. Ma è una scelta, non un dovere. La canzone ti dice di provare a vedere le cose un po’ di più dalla mia parte, perché quando sei con me tutto migliora. È la disamina di un rapporto a due. A proposito, sarà il prossimo singolo.

E se lo merita di essere il prossimo singolo. Che mi dici riguardo ai video musicali?
G.K.: Ho partecipato a molti video musicali, che secondo me sono piccoli set cinematografici. Come per esempio i videoclip fatti da Delta V a suo tempo, tra il 2001 e il 2004, che avevano un grosso budget. Ho fatto due album con i Delta V. Il nostro primo video è stato quello di “Un’estate fa”, una cover di “La Belle Histoire” di Michelle Fugain. Una canzone che diventò numero uno nell’estate del 2001. Stavamo cavalcando l’onda del successo e il video assomigliava volutamente a un film francese. L’abbiamo girato a Cavi di Lavagna, sulla riviera. Abbiamo fatto un altro video per “Prendila così”, un rifacimento della canzone di Battisti, e ci siamo ispirati a “Fargo” dei fratelli Coen. È stato girato in un paesaggio innevato, c’era un assassinio, proprio come nel film.

Hai duettato con Vinicio Capossela nel suo album “Ovunque proteggi”, non è vero?
G.K.: Certo. La canzone s’intitola “Medusa cha cha cha”. Vinicio mi chiese di duettare con lui dopo che il mio ex marito Giorgio Carlevaro, che è un regista, aveva diretto il primo videoclip di Vinicio “All’una e trentacinque circa”. Capossela si esibirà nel Padiglione Italiano dell’EXPO di Dubai in marzo. Io ho fatto un concerto lì insieme ai Dining Rooms lo scorso novembre. Una gran bella esperienza, molto inusuale perché abbiamo suonato all’entrata del padiglione. È stato un concerto aperitivo, mentre l’esibizione di Vinicio sarà nell’Auditorium all’interno del Padiglione.