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Adam Driver indaga sulle torture della Cia. Solo 3 giorni in sala

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L’angolo di Michele Anselmi

In esergo si legge questa scritta: “Tutta la violenza è un tentativo di trasformare la vergogna in autostima”. Non so chi l’abbia detto, non sono nemmeno certo di averne capito per intero il senso, eppure suona bene a proposito del film “The Report”, scritto e diretto da Scott Z. Burns, coprodotto da Steven Soderbergh. Esce come evento speciale per tre giorni, domani lunedì 18 novembre, martedì 19 e mercoledì 20; poi, dal 29 novembre, sarà in streaming su Amazon Prime Video.
Come forse sapete, si parla di tortura, quindi siamo un po’ dalle parti di “Rendition – Detenzione illegale”, il film di Gavin Hood uscito nel 2007; e il caso vuole che la storia di “The Report” cominci proprio lo stesso anno, in una sorta di ideale seguito.
Il “New York Times” pubblica uno scoop sulla distruzione di 92 videocassette, da parte della Cia, che attestano le torture inferte a due sospetti terroristi di Al-Qaeda, tali Abu Zubaydah e Abdel Rahim Rashimi. L’Agenzia nega, ma dopo l’11 Settembre il presidente Bush autorizzò un programma chiamato, con odioso eufemismo, “tecniche di interrogatorio avanzato”; cioè una serie di supplizi mirati a piegare i presunti colpevoli senza provocare danni irreversibili (waterboarding, musica rock a tutto volume, umiliazioni ripetute, isolamento per 50 giorni, denudamento e docce gelide, pure una specie di tumulazione in una cassa di legno). A elaborare le forme di tortura sono stati due presunti psicologi, James Mitchell e Bruce Jessen, alla quale la Cia ha affidato carta bianca.
Delle efferatezze di Abu Ghraib e Guantanamo il film mostra quel tanto che serve per far inorridire lo spettatore, poi, per fortuna, la storia prende un’altra piega, diventa una sorta di indagine, non giornalistica, tutta politica: quella che uno zelante impiegato del Senato, Daniel Jones, assistente della senatrice democratica Dianne Feinstein, si incaponisce a condurre, contro tutto e tutti, restando isolato, fino a rischiare l’arresto. Sette anni dopo, nel 2014, con Obama presidente, il rapporto verrà fuori, nero su bianco, e a quel punto sarà difficile per la Cia negare l’evidenza.
Il film è onesto, teso, documentato, a suo modo ossessivo, quindi pure un po’ tedioso nella ripetizione di certi snodi drammaturgici. Il regista sembra poco interessato al lato emotivo, non gli importa di fare “spettacolo” sull’atroce vicenda, lasciando che i personaggi, presi dalla realtà con nomi e cognomi, giochino le loro carte nella rischiosa partita. Adam Driver è come al solito bravo nel mettere a fuoco quest’impiegato modello, pure benestante, immerso in un affare più grande di lui; ma tutto il cast è ricco di presenze illustri: da Annette Bening a John Hamm, da Michael C. Hall a Maura Tierney.

Michele Anselmi

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