L’angolo di Michele Anselmi

Erano entrambi padri nobili della Nouvelle Vague, ma anche così diversi nel cinema che praticavano, nel modo di esprimersi e di porsi verso il prossimo. Intendo Jean-Luc Godard e François Truffaut. Entrambi venerati dai cinefili, ma in modo opposto, come se lo sperimentalismo accanito del primo, il suo rifiuto di una narrazione semplice e lineare, rassicurante, facesse a pugni con il lirismo ben temperato del secondo, il suo piacere di comunicare emozioni, anche romantiche, lasciando via via da parte le provocazioni. Per anni, almeno così mi pare, o si era “godardiani” o si era “truffauttiani”, come se fosse davvero utile, serio, proficuo prendere partito e scegliere tra i due. Intendiamoci, rivedo più volentieri i film di Truffaut, non ci piove, forse reggono meglio l’usura del tempo; tuttavia Godard suscitava in me ammirazione e antipatia, forse un senso di sottile estraneità, pur nell’incontestabile dimostrazione di un talento assoluto, anche teorico (era la sua forza polemica). Ma adesso sarà il caso di non metterli più l’uno contro l’altro. Truffaut se ne andò troppo presto, nel 1984, a 52 anni, per una brutta malattia che non gli lasciò scampo; Godard se n’è andato scegliendo di morire, a 91 anni, con l’aiuto del suicidio assistito: si sentiva stanco, esausto, forse s’era semplicemente stufato. Adesso mi vado a rivedere “Fino all’ultimo respiro”, certo ricordando il liscebusso pubblico che mi fece Lino Micciché quando scrissi da Venezia, forse nel 1983, ero lì per “l’Unità”, che il remake hollywoodiano firmato da Jim McBride in fondo si lasciava vedere.

Michele Anselmi

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Jean-Luc Godard, regista francese e padre della Nouvelle Vague, è morto stamattina all’età di 91 anni. A darne notizia il quotidiano francese Libération che lo ha definito “Un regista totale con mille vite e un’opera tanto prolifica”, precisando poi che “ha fatto ricorso al suicidio assistito”. Jean-Luc Godard, scrive Libération in riferimento al suicidio assistito, è riuscito ad andare “in fondo alle sue convinzioni”. “Non era malato, era semplicemene esausto”, ha rivelato una fonte vicina alla famiglia citata dal giornale, aggiungendo che il regista “aveva quindi preso la decisione di farla finita. È stata una sua decisione, ed era importante per lui che si sapesse”.

Nel corso della sua carriera ha vinto numerosi premi, tra cui l’Orso d’oro al Festival di Berlino del 1965 con “Alphaville” e, dopo il Leone d’oro alla carriera nel 1982, il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia del 1983 con “Prénom Carmen”.