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Addio a Max von Sydow. Bergman lo lanciò, Hollywood lo fece ricco

L’angolo di Michele Anselmi

Si perde sempre la partita con la morte. A 90 anni se ne va anche Max von Sydow, al secolo Carl Adolf von Sydow, lo straordinario attore svedese, naturalizzato francese, che nei panni del cavaliere crociato Antonius Block giocò a scacchi con la Lugubre Signora nel “Settimo sigillo” di Ingmar Bergman, dimostrando poi di essere anche un interprete eclettico e poliglotta recitando in grandi produzioni hollywoodiane, a partire da “L’esorcista” e “I tre giorni del Condor”.
Diciamo la verità: Von Sydow era quel tipo di attore, un po’ come Burt Lancaster o Gene Hackman, che riusciva ad alzare con la propria presenza la qualità anche dei film meno riusciti (e ce ne sono stati tra gli oltre ottanta girati tra il 1956 e il 2018). Sarà perché custodiva carisma indiscusso e presenza scenica, duttilità espressiva e bellezza imponente. Un gigante del cinema, in ogni senso, anche fisicamente: era alto 1 metro e 96.
Pare che da ragazzo, nella natia Lund, fosse timido, introverso, senza amici, sicché i preoccupati genitori – un etnologo e una professoressa – pensarono bene di iscriverlo un corso di recitazione. Per il giovane Max von Sydow fu la scoperta di una vocazione, e pochi anni dopo, finito il servizio militare, si sarebbe iscritto all’Accademia reale d’arte drammatica di Stoccolma, facendosi subito notare.
Ma è nel 1956, appunto con “Il settimo sigillo” di Bergman, che il ventisettenne attore si fa conoscere in tutto il mondo, e l’anno dopo ci sarà il bis con “Il posto delle fragole”, secondo di una serie di undici film girati insieme al grande regista di Uppsala.
Il suo viso scolpito, gli occhi chiari, quel fisico asciutto, massiccio ed elegante vengono presto notati a Hollywood, e infatti già nel 1965 George Stevens lo vuole, addirittura nei panni di Gesù, in “La più grande storia mai raccontata”. Non che sia il ruolo proprio adatto per lui, anche per una questione di altezza e di verosimiglianza, debbono molto truccarlo per farlo somigliare ad un giovane ebreo; ma il film è un successo planetario, raccoglie parecchi Oscar e von Sydow entra nel novero degli attori “europei” da spendere per i ruoli più diversi.
Pochi anni ancora e nel 1973 gli capita di interpretare uno dei suoi personaggi più fortunati e ammirati: il padre Merrin di “L’esorcista”. Benché poco più che quarantenne, von Sydow è un anziano sacerdote esorcista, debole nel fisico ma non nella fede, che riesce a tener testa al maligno entrato nel corpo della giovane Regan. Il rapporto con il regista William Friedkin non fu affatto semplice, così almeno si racconta: nella vita ateo convinto, von Sydow avrebbe un po’ faticato sul set a declamare con la giusta convinzione le formule del rituale esorcistico, tanto da patire un vero e proprio blocco psicologico. Vai a sapere se è vero. In ogni caso il film fu un successo e quattro anni dopo l’attore sarebbe stato richiamato per un seguito diretto da John Boorman.
Intanto però ha incarnato il killer “indipendente” Joubert nel capolavoro di Sydney Pollack “I tre giorni del Condor”, dove, in un clima di paranoia cospirativa, dà la caccia a Robert Redford e Faye Dunaway mostrando una capacità sopraffina nel tratteggiare l’ambiguo e felpato cinismo del sicario.
Ormai è un attore di gran voga, sia pure per ruoli di denso contorno, quasi mai da protagonista. L’italiano Alberto Lattuada lo vuole per “Cuore di cane” nel 1976 e lo stesso anno gira “Il deserto dei tartari” di Valerio Zurlini. Tornato a Hollywood, appare truccatissimo, sino al ridicolo, come malefico Ming in “Flash Gordon”; subito dopo è un ufficiale nazista in “Fuga per la vittoria”, un re disperato in “Conan il Barbaro”. Ormai gira come un trottola: David Lynch l’arruola per “Dune”, Woody Allen per “Hannah e le sue sorelle”. Insomma, macina un film dietro l’altro, salvo prendersi una pausa nel 1988 per debuttare alla regia, coadiuvato alla fotografia dal vecchio amico Sven Nikvist, con “Katinka. Storia romantica di un amore impossibile”. Nel raccontare il sentimento amoroso che unisce un agronomo e la moglie di un capostazione, il regista esordiente gioca sui semitoni, in una chiave minimalista, tra operetta e tragedia. In pochi apprezzarono all’epoca, tra questi il critico Tullio Kezich che lo definì “qualcosa di meglio di un bel film, è il film di una brava persona”.
Dal 2000 al 2018, benché ormai avanti con gli anni, appare in una ventina di titoli, tra i quali “Non ho sonno” di Dario Argento, “Minority report” di Steven Spielberg, “L’inchiesta” di Giulio Base, “Robin Hood” di Ridley Scott e “Star Wars – Il risveglio della Forza” di J.J. Abrams.
“Sto diventando troppo vecchio per recitare alcuni ruoli, ma sono ancora avido” scherzava nelle interviste in merito a quell’indomabile voglia di lavorare sul set. È morto domenica 8 marzo a Parigi, dove viveva da tempo insieme alla seconda moglie Catherine Brelet, sposata nel 1997.

Michele Anselmi

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