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Addio a Padre Fantuzzi, cine-critico gesuita amico di Pasolini

L’angolo di Michele Anselmi

Se n’è andato padre Virgilio Fantuzzi, gesuita fine e finissimo critico cinematografico, oltre che raffinato studioso d’arte. Molto mi dispiace, perché gli volevo bene. Aveva 82 anni, era nato a Mantova. Un tempo ci si frequentava, specie quando Virgilio, prete non convenzionale, capace di sfidare, rischiando qualcosa, anche certe “sicurezze” estetiche della Compagnia in fatto di cinema, aveva apprezzato film controversi, sul piano spirituale, come “Il bacio di Giuda” e “Confortorio” di Paolo Benvenuti o “Totò che visse due volte” di Ciprì e Maresco. Certo, era uno dell’ambiente, sia pure come può esserlo un gesuita che scriveva su “La Civiltà Cattolica”; aveva conosciuto e frequentato cineasti come Rossellini, Pasolini (nella foto), Fellini, nutriva una grande stima nei confronti di Bellocchio, di sicuro gli si accendeva lo sguardo se gli si parlava di Dreyer e Bergman.
Per me, giovane e poi meno giovane critico a “l’Unità”, era sempre piacevole discorrere con lui, magari di fronte a un piatto di pasta e ceci (amava la buona cucina popolare). Era sempre istruttivo confrontarsi con lui, anche quando non ci si trovava d’accordo: sapeva ascoltare, e da buon gesuita azzeccava la battuta pronta, sagace e acuminata, quando non ne poteva più e aveva voglia di andare a dormire.
L’ho visto, l’ultima volta, giusto un anno fa, ai funerali del critico Luca Pellegrini. Era invecchiato, un po’ ingobbito, aveva pure scherzato su qualche malanno patito, ma senza fornire dettagli, davvero turbato dalle fine così prematura di quel giovane collega sacerdote.
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Così lo ricorda Marco Bellocchio. «Virgilio Fantuzzi è morto, un grande amico. Non ci vedevamo spesso, ma sempre affrontando e approfondendo le grandi questioni, lui da credente e io da non credente (poche chiacchiere, anzi nessuna). Anche se Virgilio era convinto, nelle immagini di certi miei film, di aver scoperto piccole o grandi rivelazioni che erano la prova di una mia autentica religiosità. Virgilio era al di là della fede, su cui lo seguivo per affetto, per amicizia, ma non per intima convinzione, un acutissimo interprete, che usava per le sue scoperte un linguaggio semplice, diretto, che è molto raro per un critico. Si capiva il suo pensiero, un pensiero profondo. Ho avuto la fortuna di conoscerlo più di cinquanta anni fa, ai tempi de “I pugni in tasca”, a casa di Pierpaolo Pasolini, gli anni appena successivi a “Il Vangelo secondo Matteo”. E ho avuto la seconda fortuna proprio di intervistarlo qualche mese fa per un film che sto portando a termine. In quell’occasione tra le altre cose mi parlò di quando Pierpaolo chiese per “Il Vangelo secondo Matteo” alla madre Susanna di interpretare la madonna, ricordandole per risvegliarne il dolore, per esaltarne l’interpretazione, l’assassinio dell’altro figlio partigiano (“Ricordati di Guido!”). Incitamento giudicato crudele e criticato da alcuni amici intellettuali che partecipavano al film. Quel dolore di Susanna e poi quel sorriso per la resurrezione del figlio, li vorrei inserire nell’“Urlo”, il film ancora incompiuto. E di ciò ringrazio l’amico Virgilio che mi ha messo amorevolmente sulla buona strada».

Michele Anselmi

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