Jean-Paul Belmondo se n’è andato a 88 anni. “Da tempo era molto affaticato, è morto serenamente” ha detto il suo avvocato nel dare la notizia. Era venuto qui alla Mostra del cinema nel 2016, per ricevere il Leone d’oro alla carriera. Ricordo bene: pochi i giornalisti nella sala delle conferenze stampa. Bebél zoppicava vistosamente per gli effetti dell’ictus, farfugliò in po’ rispondendo alle domande. Disse una carineria su Alain Delon, ricordò un volo sopra Venezia appeso a un elicottero, salutò così: “Non penso mai al passato. Domani domani domani”.
Belmondo, detto “le magnifique” o anche “l’adorabile canaglia”, era nato a Neully-sur-Seine nel 1933, da padre italiano e scultore. Per decenni, insieme all’amico e rivale Delon, ha rappresentato una certa idea del cinema francese, certo prima che la invidiabile forma fisica fosse messa alla prova da vari acciacchi: un infarto nel 1998, soprattutto l’emiparesi facciale del 2001 in seguito a un’ischemia. E a non dire di quell’ultima fidanzata, l’ex coniglietta di “Playboy” Barbara Gandolfi, 42 anni meno di lui, una tutta curve e interessi immobiliari, che gli avrebbe soffiato circa 600 mila euro prima d’essere mollata dal rinsavito attore.
Ma in fondo Bébel fa simpatia anche per questo. Nel 1998, dopo aver rifatto coppia con Delon nel disastroso “Uno dei due” di Patrice Leconte, tentativo infelice di rinverdire 28 anni dopo la gagliarda coppia di “Borsalino” con la giovane Vanessa Paradis in mezzo, deluso dagli incassi si ributtò nel teatro con lo spettacolo “Frederick ou le boulevard du crime”. Ma una sera, a Brest, crollò nel mezzo di una replica: infarto. Anche allora si temette per la salute dell’attore, ma neanche un anno dopo eccolo di nuovo sulla piazza. Pronto a girare per la tv “Les Ferchaux”, tratto da Georges Simenon, e per il cinema “Amazon”: nel quale, forse in sottile chiave autobiografica, si divertiva a interpretare un vecchio esiliatosi nel cuore della foresta amazzonica.
L’uomo, del resto, era tosto e combattivo, sorprendente. Sin da ragazzo, calcando il ring, imparò a “incassare” bene: e chissà che non debba parte della sua fama a quel naso schiacciato, da adorabile canaglia, ricordo di un duro incontro di boxe. Lo sguardo mobile disciplinato al sorriso, i capelli fluenti, il fisico asciutto e muscoloso, la voce da fascinoso figlio di puttana (in Italia lo doppiava Pino Locchi, lo stesso di Sean Connery): per anni Belmondo ha incarnato l’avventuriero francese burlone e generoso, sorretto da una popolarità senza cedimenti.
Aveva cominciato nel 1957 con il dimenticabile “A piedi… a cavallo… in automobile”, ma già nel 1960 sarebbe diventato il beniamino della Nouvelle Vague interpretando, accanto a Jean Seberg, il bandito di “Fino all’ultimo respiro”: quasi un manifesto estetico, con il suo montaggio sconnesso, il suo bianco e nero sgranato, il suo pessimismo romantico. Il film laurea l’esordiente Jean-Luc Godard, ma porta fortuna anche a lui: in due anni quell’atletico provinciale passa freneticamente da un set all’altro, vedendo crescere il suo potere contrattuale e la sua fama da star.
Volto ideale per un poliziesco riveduto e corretto, trapunto di ironia, Belmondo è il protagonista assoluto di film dal titolo semplice, a effetto: è “Lo sciacallo”, “Lo sparviero”, “Lo spione”, “L’animale”, appunto “Borsalino” e “Joss il professionista”. Spara, fa a pugni, ama le donne più belle, ogni tanto muore. Ma il successo non gli impedisce di cimentarsi, quando l’occasione è ghiotta, con il miglior cinema d’autore: con l’amico Godard fa “Pierrot Le Fou”, con François Truffaut “La mia droga si chiama Julie”, con Louis Malle “Il ladro di Parigi”. Non tutti piacciono, anzi, ma fa parte del gioco. E intanto “Bébel” colleziona amori che riempiono le pagine dei giornali scandalistici: chi non ricorda il suo rapporto con Laura Antonelli, reduce da “Malizia” e ascesa al ruolo di morbido sex-symbol internazionale prima di cadere nel baratro di un sfigurante ritocco estetico?
Con gli anni l’attore imparò a fare i conti con la propria età. E se la Francia non è stata avara di riconoscimenti nei suoi confronti (un César nel 1988 per “Una vita non basta”, la Legione d’Onore, la Palma alla carriera a Cannes), è pur vero che l’età l’ha consegnato a un lento declino cinematografico, culminato nel mesto remake di “Umberto D.” nel 2008, ovvero “Un homme et son chien”. Delon ha dato da tempo l’addio al cinema, preferendo dedicarsi a qualche comparsata televisiva, ben pagata, anche in Italia; Belmondo, dato più volte per spacciato, aveva recuperato la mobilità facciale e l’affetto dei suoi quattro figli. Anche nel cinema francese non è più tempo d’eroi.

Michele Anselmi