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“Adú”. Il mondo con gli occhi di un bambino

“Riesci a correre?” chiede Massar al suo piccolo amico Adú, che assente con un cenno del capo. Sì, che riesce a correre, Adú sa che quella è la sua unica salvezza, sa che correre lo ha reso invisibile ai bracconieri, sa che correre ha salvato lui e sua sorella Alika mentre la mamma veniva uccisa da due sicari nella loro casa. Correre era l’unico modo per raggiungere la zia lontana dal suo villaggio di Mibouma, correre gli ha permesso di prendere un aereo diretto a Parigi, o meglio in Sudan, nonostante il papà dall’Europa avesse pagato per il loro arrivo in Spagna. Ora Adú deve correre per sfuggire alla polizia che, insieme a Massar, lo ha etichettato come clandestino. Un bambino di sei anni. Clandestino in qualsiasi posto nel mondo. Solo in qualsiasi posto del mondo perché anche Alika è morta, congelata nel tragitto su quell’aereo in cui occupavano un posticino nella zona del carrello di atterraggio. Una storia che sembra già conosciuta, perché un’atrocità simile è già avvenuta l’8 gennaio 2020 su un aereo che dalla Costa d’Avorio è atterrato a Parigi. Il film prodotto Netflix, “Adú”, uscito il 30 giugno, sembra aver predetto il futuro.
Si dice che gli occhi di un bambino custodiscano i sogni dell’adulto che diverrà: un avvocato, un astronauta o un calciatore? No, non è questo che traspare dagli occhi di Adú: l’unico sogno è sopravvivere, senza essere costretto a scavalcare disperatamente il filo spinato che divide quei bambini, ormai adulti, dalla città di Melilla (confine tra UE e Marocco). Un sogno diverso da quelli che siamo soliti ascoltare dai bambini, ma il film “Adú” pone l’accento proprio su queste differenze tra le terre d’Africa, soprattutto Camerún, Senegal, Marocco e quelle d’Europa. Differenze che non sono solo fisiche, come si nota dalle riprese aeree che accompagnano la narrazione, ma soprattutto sociali e umane: basti pensare al valore di una bicicletta che per Adú e Alika rappresenta un bisogno, mentre per una ragazza europea come Sandra, che può spostarsi a bordo di una Jeep, rappresenta poco più di un vezzo; oppure guardiamo ai rapporti umani che sono spesso labili. Quando sei un immigrato, un rifugiato, un clandestino, o qualsiasi parola si voglia utilizzare, la solidarietà e il contatto umano, seppur improvvisati, sono fondamentali perché provare ad aggrapparsi a qualcuno diventa forse l’unico porto sicuro in un mare in burrasca.
Cosa ne sarebbe stato di Adú se non avesse incontrato Massar? O meglio ancora, cosa ne è di coloro che non riescono a ricevere soccorso durante la loro fuga? Madri, figli, padri, fratelli e sorelle che diventano genitori per soccorrere i più piccoli, bambini che diventano adulti appena aprono gli occhi alla vita, tutto questo è quello che rappresenta la storia di Adú, la storia di più di 70 milioni di persone che nel 2018 hanno abbandonato la propria terra nella speranza di una vita migliore, soprattutto di un futuro diverso per quei 35 milioni di bambini.

Cristina Quattrociocchi

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