Non so quanto sia corretto classificare “After Yang” come un film di fantascienza. Conviviamo già con diversi tipi di intelligenze artificiali, il passo verso presenze umanoidi nelle nostre case potrebbe non essere così fantascientifico e lontano negli anni.

L’approccio verso un film come “After Yang” è di intima riflessione, in cui la presenza di un androide è solo un pretesto per affrontare il tema dell’amore e della perdita.
Jake (Colin Farrell) vive con la moglie Kyra (Jodie Turner-Smith), la loro figlia adottiva Mika (Malea Emma Tjandrawidjaja) e l’androide Yang, un tecnosapiens, acquistato dalla famiglia con la funzione di essere un fratello maggiore per Mika.
Quando Yang smette di funzionare, Jake cerca un modo per ripararlo.
A differenza della figlia, capace di un amore umano e naturale verso il fratello androide, per Jake e Kyra si tratta solo di un oggetto da riparare.
Nel tentativo di ripristinare Yang, colpito anche dal forte attaccamento della figlia nei confronti dell’androide, Jake inizia a interrogarsi sul ruolo di Yang all’interno della sua famiglia e ciò che la sua assenza determina.
“After Yang”, presentato nella sezione Un Certain Regard del 74º Festival di Cannes e premiato al Sundance Film Festival 2022, è diretto da Kogonada, regista americano di origine sudcoreana.
Kogonada è noto per i suoi saggi video che analizzano il contenuto, la forma e la struttura di vari film, la sua passione per il cinema e la sensibilità estetica sono presenti in ogni inquadratura.
Il film è girato, per la maggior parte delle scene, in ambienti interni. Le scene sono curate in ogni minimo dettaglio, nonostante il film sia ambientato in un prossimo futuro, la tecnologia è invisibile, non ci sono schermi o dispositivi futuristici.
La natura è una costante, come nei film di Miyazaki, la simmetria delle inquadrature fa invece pensare a Wes Anderson.
“After Yang” è un adattamento del racconto di Alexander Weinstein intitolato “Saying Goodbye to Yang”, incluso nella raccolta dell’autore del 2016, “Children of the New World”, libro selezionato dal New York Times come uno dei 100 più importanti dell’anno.
A differenza di altri film con protagonisti delle Intelligenze Artificiali, “After Yang” non segna un confine netto tra ciò che è umano e ciò che non lo è.
Spinge piuttosto a una riflessione sulle relazioni, umane e non, sulla capacità di approfondire il nostro rapporto con le vite degli altri.
Jake, il protagonista del film, è sempre troppo preso dal suo lavoro e dalla sua vita, tanto da delegare a Yang la cura e la crescita della propria figlia, ma l’assenza di Yang lo spinge a riconsiderare le relazioni familiari.
Nel corso delle vicende scopriamo che Yang ha strati sovrapposti di memoria, la sua “scatola nera”, i suoi ricordi, diventano per Jake un punto di connessione con la vita di questo essere.
Il contatto con i ricordi di Yang segna la nascita di un’empatia profonda e del desiderio di custodire e preservare la memoria altrui.
La riflessione, dunque, travalica l’essere o il non essere umani, di fatto, se non fossimo troppo concentrati su noi stessi avremmo il tempo e la sensibilità di interessarci, approfondire e partecipare emotivamente alla vita altrui.
Ogni essere umano ha la sua “scatola nera”, il suo bagaglio di vissuti ed esperienze che lo ha reso l’essere con cui interagiamo ogni giorno, senza probabilmente porci troppe domande.

Chiara Pascali