La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 20
Non ci piove, Alba Rohrwacher, 47 anni, è una brava attrice: versatile, cangiante, a suo agio con le lingue straniere, capace di lavorare sui registri più diversi. Ma poi conta la mano del regista, oltre che la qualità del copione. La controprova? Una cosa è se la dirige il francese Stéphane Brizé in “Un bon petit soldat”, oggi in concorso qui al Lido; un’altra se alla regia c’è Anna Foglietta, come in “Una storia”, ieri in Orizzonti. La differenza, a mio parere, risalta subito all’occhio.
Dopo la vacanza sentimentale con “Le occasioni dell’amore” del 2023, anche lì con la nostra attrice, il cineasta di “La legge del mercato” torna ai temi che preferisce, cioè legati, in vario modo, al mondo del lavoro capitalistico nella società francese. Siamo a Parigi, dove l’italiana Carla Moretti è stata assunta da una grande società di assicurazioni come responsabile delle Risorse umane. L’amministratore delegato Arnaud Bolonat è uno tosto e diretto, a suo modo uno squalo: gli hanno appena sottoposto uno spot pubblicitario pieno di tetraplegici e disabili, e chiede ai presenti, tra i quali Carla: «Vorreste lavorare con gente senza braccia e senza gambe?». Spot da rifare, alla faccia dei clienti e dei dipendenti. E intanto scopriamo che la donna quarantenne è separata dal marito e ha qualche problema di relazione con il figlio, perché non è abbastanza “performante” a scuola in matematica.
Scrive Brizé nelle note di regia: «Lo psichiatra francese Christophe Dejours ha dedicato gran parte delle sue ricerche ai meccanismi di assoggettamento nel mondo dell’impresa. Descrive il luogo di lavoro come un ambiente plasmato da regole maschiliste, in cui agli individui viene richiesto di affermare la propria idea di potere».
Qualcosa del genere accade in “Un bon petit soldat”, e il titolo scelto non è ovviamente casuale. Carla, sempre più inquieta, vorrebbe ribellarsi a un plateale episodio di mobbing estremo esercitato da una caporeparto su una sua dipendente quasi sessantenne, una registrazione tutto comprova, ma lei spera di risolvere la questione con un pacifico trasferimento. La soluzione non va in porto, sicché Carla, mentre tutto sembra tracollare, è posta di fronte a una scelta morale. Sarà un disciplinato soldatino o si farà valere al momento di decidere se licenziare o no quella poveretta?
Incastonato tra due versioni di “What A Wonderful World”, l’una punk dei Ramones e l’altra soffusa di Louis Armstrong, il film racconta il veloce disfarsi delle sicurezze professionali nelle quali credeva di vivere Carla. Il cosiddetto “employer branding”, ovvero la strategia con cui un’azienda promuove la propria identità come luogo di lavoro ideale per attrarre i talenti, si rivela presto una finzione, anzi un’illusione; e molto spiega lo sguardo di Carla nel finalissimo piuttosto amaro.
L’attore feticcio del regista, ossia Vincent Lindon, si diverte a tratteggiare il cinico boss della compagnia, uno al quale non si può dire di no pena andarsene; ma è sulle spalle di Rohrwacher che grava il peso del film, alleggerito qua e là da qualche spunto divertente, ma nitido e secco nel definire il perimetro del disagio, anche della crudele logica aziendale. In sottofinale c’è una scena toccante, benissimo scritta, che segnalerei agli sceneggiatori italiani: il confronto al bar tra l’ex marito, incarnato da Adrien Bobinet, e un’affranta Carla ormai a un passo dall’andare in pezzi.
Non avrei usato una colonna sonora perlopiù di tipo percussivo, a scandire tensioni e ansie, va troppo di moda e nulla aggiunge al film. Spero che vada bene commercialmente quando uscirà distribuito da I Wonder Pictures.
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Si parla di lavoro, ma in una chiave diversa, nel documentario “Union Town” di Barbara Kopple, inserito tra i fuori concorso. Kopple è una cineasta di sinistra, oscarizzata due volte, e questo nuovo film chiude una sorta di trilogia cominciata con “Harlan County U.S.A” (il più bello) e “American Dream”. Il titolo “Union Town” viene dallo slogan urlato nei sit-in dai lavoratori rappresentati dal grande sindacato degli autotrasportatori, detto Teamsters. Ma non pensate ai “bestioni” di tanti film. Qui si parla di chi consegna pacchi e cibo, da noi i cosiddetti rider, partendo dalla vertenza del 2023 contro Ups per poi arrivare a quella successiva contro Amazon, DoorDash e altre piattaforme digitali. Tema non nuovo, più volte affrontato anche in Italia, ma certo Kopple sa il fatto suo nel raccontare la situazione newyorkese: pensate, nella Grande Mela si consegnano ogni giorno 2 milioni e mezzo di pacchi e 500 mila pasti. Ma in che condizioni vivono questi lavoratori, tra paghe orarie da fame, mancanza di garanzie e furgoni antiquati?
Il documentario intervista lavoratori e sindacalisti, non nasconde le diverse posizioni all’interno della battaglia, segue le diverse fasi delle vertenze, tra mezze vittorie e mezze sconfitte. Il tono non è mai retorico, mi auguro che qualcuno lo compri per l’Italia, fosse solo per una diffusione in streaming.
Michele Anselmi