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Allen in ottima forma: basta polemiche godiamoci il “girotondo”

L’angolo di Michele Anselmi

Non si può dire che con “Un giorno di pioggia a New York” a Woody Allen sia andato tutto liscio. Girato nell’autunno del 2017, pronto nel 2018 ma bloccato da Amazon a causa delle note vicende in odore di #MeToo, tornato nelle mani del regista dopo una minacciata causa da 68 milioni di dollari, ripudiato da due degli interpreti, infine comprato per l’Italia da Lucky Red, che però non l’ha mostrato ai selezionatori veneziani – così disse il direttore Alberto Barbera – per timore di nuove polemiche a tema sessuale, preferendo posticipare l’uscita al 28 novembre, giovedì prossimo. Intanto il cineasta 83enne ha finito di girare in Spagna un nuovo film, dal titolo provvisorio “Wasp 2019”, e speriamo che stavolta non ci siano problemi.
Com’è “Un giorno di pioggia a New York”? A me sembra riuscito: spassoso e asprigno, cinefilo e universale, semplice e complesso, tutt’altro che inconsistente nella sua eleganza, pure sincero, sul piano sociologico, per come osserva il mondo dei ventenni senza loffie torsioni senili. Succedeva anche in “Café Society”, ma in una chiave di ricostruzione d’epoca, sfavillante e in parte hollywoodiana, che qui, invece, lascia spazio a uno sguardo contemporaneo sulla prediletta New York.
Lo so, qualcuno dirà che Allen fa sempre lo stesso film. Un po’ è vero, ma poi ti ci ritrovi dentro e non puoi fare a meno di restare incantato da quella che Tullio Kezich avrebbe definito “la leggerezza mozartiana” di un certo sguardo sulle strettoie dell’esistenza.
In fuga dal noioso college di Yardley, detto il “campus-santo”, i fidanzati Gatsby e Ashleigh approdano in un lussuoso albergo newyorkese per un weekend romantico. Il menù, tra culturale e sentimentale, pare promettente; se non fosse che lei deve intervistare per il giornalino universitario un maturo e prestigioso regista, “tra Renoir e De Sica”, in crisi creativa, tal Roland Polland. Il quale, colpito dalla soave bellezza della ragazza, la invita a vedere in anteprima il suo nuovo film, che lui reputa una schifezza. A quel punto Gatsby, quasi una versione in bello di Woody da giovane, si ritrova senza nulla da fare, mentre fuori piove a dirotto; il caso lo porterà a trascorrere qualche ora con la pimpante Chan, sorella minore, nel frattempo fisicamente sbocciata, di una sua ex fiamma.
In una chiave da allegra pochade, anche di girotondo amoroso, ma c’è chi, come il collega Emanuele Rauco, ha tirato in ballo addirittura George Cukor, “Una giornata di pioggia a New York”, 92 minuti in tutto, intreccia i casi di una decina di personaggi, uomini e donne, approdando a un finale rassicurante ma non troppo, in linea con quella “condizione umana” da sempre osservata al microscopio dall’entomologo Woody Allen. Per la serie, come sentiamo dire: “New York fa i suoi programmi”.
Naturalmente appare subito chiaro che, al di là delle apparenze, i due fidanzati sono mal assortiti. Lei viene da Tucson, Arizona, è entusiasta, solare, tutta colori pastello, un po’ si finge ingenua ma sa di piacere sessualmente agli uomini maturi e non disdegna la compagnia dei vip; lui, nella sua spiegazzata giacca spinata su camicia fuori dai pantaloni, detesta i genitori facoltosi, canta al pianoforte “Everything Happens to Me”, gioca a poker, scommette ai cavalli, disdegna il denaro di cui pure dispone, è laconico, idealizza una certa New York narrata dal giornalista/scrittore Damon Runyon (1880-1946).
Il leit-motiv della pioggia offre uno sfondo grigio/esistenziale all’incrociarsi delle vicende, perlopiù buffe, trapunte di dialoghi pungenti, episodi ridicoli, goffi tradimenti, ma con una sorpresa in sottofinale che ispessisce l’intero film. Nel quale tutti sembrano cercare disperatamente l’attenzione altrui, pure i ricchi e famosi, come se la vita avesse finito con l’oscurare sogni e desideri, costringendoli in ruoli asfittici, predefiniti, soffocanti.
Timothée Chalamet e Elle Fanning sono Gatsby e Ashleigh, bravi e carini, intonati al malizioso disegno di Allen, mentre il ricco contorno è garantito da uno stuolo di attori in partecipazione speciale: da Selena Gomez a Rebecca Hall, da Liev Schreiber a Diego Luna, senza dimenticare la straordinaria Cherry Jones. Bella la fotografia, come si diceva un tempo: Vittorio Storaro, per fortuna, stavolta “storareggia” meno che nel precedente “La ruota delle meraviglie”.

Michele Anselmi

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