Da oggi in libreria per Odoya, “Almanacco dell’orrore popolare – Folk horror e immaginario italiano” schiude le porte di un mondo altro attraverso una miscellanea di saggi che, partendo dal concetto di folk horror e facendo leva su alcuni concetti di Mark Fisher, getta una buona volta un’ombra lunga e inquietante sull’assolata Italia.
Curato da Fabio Camilletti e da Fabrizio Foni, il prezioso “Almanacco” traccia le coordinate per un nuovo genere che si avvale di contributi firmati da Danilo Arona, Rosario Battiato, Gianmaria Contro, Mariano D’Anza, Lisa Deiuri, Alessandra Diazzi, Lorenzo Fabris, Adolfo Fattori, Fabio Giovannini, Orazio Labbate, Alessandra Macchia, Marco Malvestio, Luigi Musolino, Franco Pezzini, Martina Piperno, Claudia Salvatori, Gabriele Scalessa, Stefano Zammit.
Per presentarvelo, abbiamo incontrato i curatori Fabio Camilletti e da Fabrizio Foni.

“Almanacco dell’orrore popolare – Folk horror e immaginario italiano”, che curi insieme a Fabrizio Foni, è una miscellanea che mescola insieme suggestioni, spunti e contributi diversissimi tra loro in grado di raggiungere tuttavia una straordinaria coerenza interna, licenziando un volume godibile come pochi altri su tutto ciò che è insolito, inaspettato e ancora più spaventoso perché legato al territorio italiano. Possiamo parlare di questo?
Fabio Camilletti: Il Folk horror nasce come genere cinematografico e letterario, caratterizzato, in quanto tale, da situazioni e temi più o meno ‘tipici’: culti rurali, popolazioni isolate, malefici etc. Col tempo, però, è diventato chiaro come non fosse solo questo, ma potesse anche denotare un’attitudine, uno sguardo in grado di cogliere l’inquietante nella singolarità dei suoi contesti di produzione. Mi spiego meglio. Io mi occupo di horror da parecchio tempo, e so bene quanto siano utili le panoramiche di ampio respiro, geografico o storico: ma so anche che una storia diventa più interessante, più bella, più spaventosa, quando la si esamina più da vicino, nella specificità storica e geografica da cui germina. E questo, nota bene, anche quando si tratti della più banale e diffusa delle storie: quella dell’autostoppista fantasma, per dire, si racconta in ogni angolo del globo, ma c’è una differenza sostanziale fra leggerne magari su un libro o sentirla raccontare come accaduta dietro l’angolo. Perché la differenza la fanno i dettagli: una sera piovosa del febbraio del 1966, la balera che è stata demolita nell’84, un commercialista della provincia di Pavia. Sono i dettagli a caricare la storia di energia perturbante: grazie ai dettagli, essa cessa di essere archetipo e diventa uno squarcio verso l’Altrove che si è aperto a due passi da casa tua. E questo è l’approccio che abbiamo tentato di adottare, allargando e restringendo l’obbiettivo in modo da tenere insieme locale e globale, dettaglio e affresco, unicità e universalità. Che qualcuno colga, in quello che abbiamo fatto, una coerenza è il più bel complimento che possiamo ricevere, anche e soprattutto perché agli autori non abbiamo fornito linee guida di sorta. Confidavamo che ciascuno reinterpretasse, secondo la propria sensibilità individuale, un mood comune, e spero davvero che abbiamo avuto ragione.

La sensazione bellissima di avere tra le mani un “Almanacco della Paura” dei migliori, magari quello dedicato ai vampiri o ai fantasmi, è fortissima. In che modo avete selezionato le varie firme e come avete lavorato alla macrostruttura dell’opera (le tre parti “A lezione dagli Antichi”, “Della morte, e di altri amori” e “Odore di zolfo”)?
Fabrizio Foni: Che il volume evochi nell’immediato i primi “Almanacchi della Paura” bonelliani è cosa che fa assolutamente piacere. Il ricorso al termine “almanacco” vuole per l’appunto essere un omaggio a quel tipo di pubblicazione, che per la nostra generazione (Fabio è del 1977, io del 1980) ha svolto un importante ruolo di mediazione nei riguardi di un vasto patrimonio letterario, cinematografico, artistico, cronachistico e culturale tout court. “Almanacco” è pure una parola-madeleine nei confronti dell’“Almanacco del Mistero di Martin Mystère”, che precede di alcuni anni quello di Dylan Dog, riportando notizie strane da tutto il mondo, ma anche misteri della provincia (e delle città) di casa nostra, approfondendo poi questi ultimi con dei dossier alquanto suggestivi.
Al tempo stesso “almanacco” evoca una più antica tradizione editoriale, popolarissima, che mescola senza troppe remore erudizione, leggende, aneddoti, testimonianze, iconografia… quel sapere sfuggente ma insieme secolare, se non millenario, che Carlo Lapucci ha efficacemente compendiato nel titolo di un suo libro, “La Bibbia dei poveri”.
Per le firme che hanno contribuito all’“Almanacco dell’orrore popolare” siamo andati piuttosto a colpo sicuro, coinvolgendo saggisti (accademici e non), giornalisti, narratori, appassionati che sapevamo avrebbero ciascuno battuto una pista complementare rispetto a quelle degli altri, in modo da dare al volume un taglio prismatico, centripeto (nell’individuare una o più tessere di un mosaico: l’orrore popolare) e centrifugo (nell’inseguire le ramificazioni potenzialmente infinite dei temi trattati), beninteso senza la minima pretesa di esaurire l’argomento.
Le tre sezioni in cui è ripartito il libro rappresentano macro-ambiti che si danno la mano e vorticosamente danzano, senza soluzione di continuità, un sabba che li rende osmotici e cangianti: l’eredità degli Antichi (siano essi i riti degli Etruschi, dei Romani, o le storie raccontate a veglia fino agli anni Settanta e oltre del secolo scorso), che getta la sua ombra sulla maniera di concepire, affrontare e temere la Morte, influendo pure sul senso del diabolico, le sue forme, le sue origini, sempre in bilico tra visione cristiana e retaggio pagano. Si tratta di tre sentieri che inevitabilmente si incrociano. Per certi aspetti – è una battuta, ma non troppo – si potrebbe dire che tutte le strade portano a Roma, e a ciò che ha contribuito a plasmare la variegata storia romana, e che tutte le strade in Italia portano all’orrore popolare. Basta seguirle con costanza, e senza pregiudizi.

Proprio per tutte le caratteristiche che abbiamo delineato, il vostro è un libro orgogliosamente “fuori dal tempo”, certamente più vicino alla sensibilità di una saggistica anni Sessanta/Settanta che attuale. A proposito di questo e in relazione anche al tu precedente “Italia lunare” voglio farti una domanda precisa: nei poco più di dieci anni che vanno dal Dracula di Terence Fisher allo sceneggiato Rai “Il Segno del Comando”, in cui sedute spiritiche e reincarnazioni fanno breccia nelle case di milioni di spettatori, cosa accade – a grandissime linee – nel mondo della cultura italiano? Quali sono i meccanismi, anche sociologici, che aprono alla febbre di scenari certamente più nordici per l’assolata Italia?
Fabio Camilletti: La lingua inglese conosce una distinzione che quella italiana non consente, e che deriva direttamente dalla ripartizione sociale, geografica e culturale della Britannia romana. Da un lato c’è il pop, termine di origine latina (da populus), che denota la cultura dei cittadini dell’impero – gente più o meno istruita, che abita nelle città, che assorbe una cultura pubblica, centralizzata, trasmessa attraverso canali più o meno ufficiali: i teatri, i libri, oggi la televisione o i social media. Dall’altro c’è il folk, che invece è un termine germanico (dal tedesco Volk), con cui si indica invece una cultura extra-urbana, campagnola, sostanzialmente pagana e prevalentemente orale. In italiano populus e Volk si traducono entrambi come ‘popolo’, e pop culture e folklore sono entrambi resi con ‘cultura popolare’: di qui l’intenzionale ambiguità del nostro titolo, a segnalare una specificità – quella italiana – in cui il rapporto fra città e campagna, fra cultura scritta e cultura orale è stato sempre più problematico e sfumato rispetto alla realtà britannica. Tornando alla tua domanda, il decennio fotografato in “Italia lunare” segna lo sdoganamento di certe tematiche presso la cultura pop: l’industria cinematografica, la stampa di massa, la televisione di stato, la letteratura più o meno di consumo. Per quanto riguarda la cultura popolare, nel senso di folk, il decennio cruciale è il successivo, anche grazie al vero e proprio boom degli studi di folclore: è negli anni Settanta che il cinema horror, per dire, inizia a esplorare le realtà locali, sfruttando il potenziale perturbante di determinati ambienti, mentre la stampa prende a dare sempre più spazio a guaritori di campagna e medium di provincia; o alle esperienze ‘insolite’ di una vera e propria ‘Repubblica invisibile’, composta da pensionati, operai, studenti che nella società secolarizzata non hanno altro modo di dare voce al loro bisogno di meraviglia. Da questo punto di vista, parlare di ‘orrore popolare’ – facendo saltare la dicotomia fra folk e pop – ci consente di capire come la supposta purezza del folk, rispetto alla commercialità del pop, sia sostanzialmente un mito, e come i due ambiti siano invece in un rapporto molto più osmotico di quanto si pensi. La cultura popolare, come ci insegna Bob Dylan, è troppo irreale per morire, e non è certo una strumentazione rock’n’roll a inquinarla – anzi, può servire a rilanciarla e farla arrivare a chi non vi avrebbe mai avuto accesso.

Proprio per la sua natura di testo aperto, l’“Almanacco dell’orrore popolare” quasi chiama a sé un secondo volume, magari focalizzato su altre province italiane e altre angolazioni…
Fabrizio Foni: Effettivamente abbiamo già raccolto il materiale per un altro volume. Più che concentrarsi su altre province, però, il prossimo libro adotterà appunto una diversa angolazione, speculare e integrativa rispetto al taglio dell’“Almanacco dell’orrore popolare”. Poiché quest’ultimo è una prima ricognizione panoramica di quei fenomeni culturali del Belpaese che, mutatis mutandis, possono essere accostati al folk horror britannico, con il secondo volume l’intenzione è di indagare cosa, sempre in ambito italiano e con le sue peculiarità, corrisponda – più o meno – al cosiddetto urban wyrd. Che in fondo, a voler semplificare, non è altro che il modo in cui certe tradizioni e credenze hanno messo radice in un contesto cittadino e metropolitano.
Si tratta perlopiù di “miti vaganti”, come li ha ribattezzati in un recentissimo saggio Tommaso Braccini, che dal mondo antico sono sopravvissuti fino ai nostri giorni, cambiandosi necessariamente d’abito ma restando nella profonda sostanza inalterati. La cultura di massa non li ha affatto estirpati, anzi; li ha talvolta de-ruralizzati o, più spesso, li ha semplicemente sottoposti a un restyling in chiave ‘pop’, traghettandoli al cinema, alla televisione, alla stampa, alla musica, al fumetto… infine alla rete e, come si può ben notare, all’inarrestabile vitalità dei social network in particolare. Certo, il fenomeno dell’occulture, il risveglio nei paesi occidentali tra gli anni Sessanta e i Settanta di un interesse per la magia, il soprannaturale, l’esoterismo, le spiritualità alternative ha contribuito non poco. Ma chi pensasse che si trattava solo di una moda passeggera ed esterofila sbaglierebbe di grosso. L’impulso proveniva da “fuori”, ma in Italia (come pure altrove) fungeva da cavallo di Troia per ciò che il graduale spopolamento delle campagne e l’industrializzazione sembravano aver soffocato, e invece covava sotto la cenere.
Da questo punto di vista, è significativo un film come “Arcana” di Giulio Questi, del 1972, sfortunato all’uscita e a lungo ignorato, per poi essere riscoperto come un prodotto di culto. La pellicola, tutt’oggi disturbante, mostra come nella moderna e razionale Milano, in seguito ai fenomeni di migrazione interna, la magia meridionale studiata da Ernesto de Martino potesse facilmente innestarsi sulle ridestate pratiche spiritiche, incontrando pure il favore della borghesia locale. L’anno prima, non a caso, sul primo canale RAI aveva sbancato lo sceneggiato “Il Segno del comando”.
Nel sondare con il prossimo libro il contesto urbano, dunque, non ci lasceremo affatto alle spalle il corredo dell’orrore popolare. Né tantomeno il mondo rurale, che verrà inquadrato da una prospettiva fattasi cittadina, ma che non ha mai realmente dimenticato le sue inquietudini ancestrali.