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“Altamont 1969”. Il nuovo saggio Odoya sul concerto che cancellò il sogno hippy

Altamont 1969. I Rolling Stones e il concerto della morte di Mariopaolo Fadda fotografa il momento esatto in cui il sogno hippy si affossa definitivamente. Era il 6 dicembre 1969 e la storia d’America non sarebbe stata più la stessa. Dopo aver esaminato un altro momento di rottura com’è stato il massacro di Bel Air in La Famiglia Manson. Dall’estate dell’amore all’estate dell’orrore, Fadda fa il punto su un evento in cui “il caos più totale ha rubato la scena alla festa, trasformando la libertà in licenza di dare sfogo ai più bassi istinti”. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Da dove viene l’idea di scrivere un libro sul concerto di Altamont?

Mariopaolo Fadda: L’idea è venuta in occasione del cinquantenario di un anno particolare come il 1969. Se il 1968 fu l’anno della globalizzazione (uso anch’io questo inflazionato e lugubre termine) della contestazione, da Berkley a Nanterre a Valle Giulia, il 1969 segna la conclusione sia cronologicamente che simbolicamente del decennio che in campo musicale porta indelebile il marchio dei fasti del rock ‘n’ roll, con Woodstock all’apogeo, ma anche dei nefasti, con Altamont all’ipogeo. Un altro aspetto che ha attirato la mia attenzione è l’estremo disinteresse, fino al cinismo, da parte dei “disorganizzatori” per la sicurezza degli spettatori che pagarono un prezzo altissimo per il concerto gratuito degli Stones.

Molto spesso, ci si riferisce a questa esibizione dei Rolling Stones come ad un momento spartiacque nella storia della cultura pop, quasi fosse il giorno in cui la cultura hippy perde la sua innocenza…

M.F.: Per quanto mi riguarda non ritengo Altamont uno spartiacque quanto la marcia funebre dell’utopia giovanilistica. Il movimento hippy era già un cadavere alla fine dell’estate dell’amore del 1967 (San Francisco), aspettava solo un funerale decente, che non ci fu mai, le droghe pesanti la facevano ormai da padrone e i morti illustri si accumulavano, i professionisti della contestazione stavano ponendo le basi per far carriera in quella società borghese e capitalistica che, a parole, avversavano. L’innocenza hippy durò lo spazio dell’estate del 1967, il resto è solo un allucinante viaggio nella disgregazione fisica, mentale e spirituale di una generazione di disadattati sociali. Le loro comuni si dimostreranno ben più alienanti e distruttive della società borghese verso cui si ribellavano e che li aveva partoriti, nutriti, vestiti e educati.

Jerry Garcia dei Grateful Dead suggerisce a Mick Jagger e Keith Richards l’idea del concerto gratuito alla fine del tour americano. Possiamo parlare di questo? Come se gli Stones cercassero ancora più notorietà…

M.F.: Con tutta probabilità Jerry Garcia lanciò l’idea del concerto gratuito dei Rolling Stones per motivi essenzialmente promozionali non certo finanziari. Con ciò di negativo che si può dire del leader dei Grateful Dead una cosa però è certa, non mirava al successo finanziario e commerciale. Era interessato a portare la band ribelle inglese al Golden Gate Park per la gioia dei figli dei fiori e dell’LSD che stazionavano in pianta stabile a San Francisco e di cui il suo gruppo, i Grateful Dead, era di fatto il cantore. I Rolling Stones, al contrario, essendo in grandi difficoltà finanziarie annusarono subito l’occasione per un grande rientro nel circuito musicale americano da cui mancavano da anni e rimpinguare così il loro conto in banca. Il concerto gratuito era qualcosa di incidentale e infatti fu annunciato solo dopo le dure critiche e polemiche sul costo elevato dei biglietti d’ingresso ai concerti a pagamento della loro tournée americana. Fu per non spartire i loro profitti con i proprietari del Sears Speedway che i Rolling Stones mandarono all’aria, all’ultimo momento, i piani per il concerto in quella struttura che garantiva un minimo di sicurezza e conforto per musicisti e spettatori.

Nonostante il titolo sia “Altamont 1969. I Rolling Stones e il concerto della morte”, il tuo libro può considerarsi un saggio sul rock ‘n’ roll tout court – benché visto da una prospettiva particolare – e sulla scena socio-culturale che lo generò… Parliamo di questa scelta?

M.F.: Altamont è comprensibile solo inquadrandolo nel contesto socioculturale e musicale di quel periodo. Il movimento hippy e la controcultura si ritenevano una valida alternativa alla società borghese-capitalistica in cui vivevano, anche se in realtà non erano neanche in grado di gestire il loro misero microcosmo, e in grado di provarlo al mondo intero. Fu Mick Jagger a dichiarare pomposamente, durante la conferenza stampa che annunciava il concerto gratuito a San Francisco, che si stava “creando una sorta di società microcosmica che costituirà un esempio per il resto dell’America su come ci si possa comportare in grandi raduni”. Altamont metterà fine a queste infantili farneticazioni.

Nel libro, l’ascendenza della cultura hippy la faccio risalire alla Beat Generation un movimento inizialmente limitato a una ristretta cerchia lettario-musicale che si incanala, nonostante la nobile defezione del padre di quel movimento, Jack Kerouac, sui binari della protesta politica fine a se stessa e da lì verso quella controcultura che altro non era che l’adesione a una ideologia di stampo marxista-leninista, terzomondista e internazionalista.

Al contesto socioculturale non poteva fare difetto quello musicale. Nel 1969 l’evoluzione del rock ‘n’ roll imbocca la strada hard che fa appello ormai agli istinti umani più distruttivi dimentico delle struggenti, ma poetiche iniezioni di fiducia e ottimismo dei pionieri relegati nel ruolo di vecchie cariatidi da adorare e tenere sterilizzati sugli altari.

Tra ciò che cantava Elvis nel 1956:

Baby, if I made you mad
For something I might have said,
Please, let’s forget my past,
The future looks bright ahead

(Don’t be Cruel)

e ciò che cantavano nel 1968 di Mick Jagger e Keith Richards:

Just as every cop is a criminal
And all the sinner saints
As heads is tails, just call me Lucifer

(Sympathy for the Devil)

la differenza non è di 12 anni ma secolare.

Parliamo di come il cinema recepì la vicenda di Altamont

M.F.: Non ho mai amato il cosiddetto cinema verità che nella sua versione migliore erano documentari che vedevano una manciata di cinefili al Filmstudio di Roma o nei cinema d’essai e nella peggiore pura spazzatura propagandistica. Il film dei fratelli Maysles ricade nel mezzo. Alcune scene hanno indubbiamente un forte impatto visivo ed emotivo (la satanica figura di Jagger; il ragazzo strafatto sul palcoscenico a cui sembra che stia per esplodere la testa da un momento all’altro; la bandiera rossa che copre mestamente l’intero schermo sul finire del film e, ovviamente, la scena dell’accoltellamento) ma l’intento propagandistico è palese nel tentativo di minimizzare la responsabilità dei Rolling Stones nella vicenda. Il maldestro tentativo di Albert & David Maysles e Charlotte Zwerin di giustificare il tutto in nome dell’arte non basta a salvare il film dalle durissime critiche di essersi prestati a fare da megafono all’irresponsabile megalomania dei Rolling Stones. Così finiva la sua recensione al film Pauline Kael, critico della rivista The New Yorker “Altamont, in Gimme Shelter, è come un circo romano, con una differenza: il pubblico e le vittime sono indistinguibili”. Come non concordare?

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