L’angolo di Michele Anselmi

D’accordo, il successo planetario di “Squid Game”, la serie vista su Netflix da 130 milioni di persone in un mese, fa storia a sé. Miracoli del genere, sul piano commerciale, si contano sulle dita di una mano, forse due. E tuttavia quel trionfo clamoroso pone un argomento mica male all’ordine del giorno: che cosa raccontare se vuoi ancora portare la gente al cinema e sottrarla al comodo divano di casa?
Abbiamo visto che il ritorno alla capienza piena non ha modificato per nulla l’avvilente andazzo, nemmeno “Venom. La furia di Carnage”, dopo un inizio bruciante, ha saputo tenere alla lunga. Figurarsi i film italiani, d’autore e no. Risparmio qui, per gesto pietoso, l’arida elencazione delle cifre riguardanti gli incassi tricolori. Il fenomeno è trasversale, nel senso che l’andamento disastroso riguarda tutti: registi di nome e film premiati ai festival, comici napoletani e commedie ambiziosette.
Domani, giovedì 21 ottobre, escono nelle sale altri tre titoli italiani, “L’Arminuta” di Giuseppe Bonito, appena passato alla Festa di Roma con buon successo di critica, “I Giganti” di Bonifacio Angius e “Notti in bianco,
baci
a colazione” di Francesco Mandelli. Comprendo bene la quieta rassegnazione dei produttori, pure dei registi e degli attori di fronte a quello che appare ormai come un muro di gomma.
“Buio pesto” mi scrive un amico cineasta abituato a grandi incassi, e il buio in questione non è quello della sala mentre viene proiettato un film. La verità è che si continuano a girare decine e decine di film, alcuni dei quali anche di pregio e meritevoli di attenzione; solo che nessuno sembra chiedersi più, per non dover affrontare il nodo cruciale, che fine faranno. Chi li vedrà questi film? E dove? Soprattutto: ha senso farli uscire nei cinema sperando che vi restino più di una settimana? E ancora: siamo proprio certi che funzionerebbero bene sulle piattaforme?
Nella mia vita extra-giornalistica ho scritto tre soggetti, uno dei quali è diventato una sceneggiatura, dal titolo “Si fa ma non si dice”, e ringrazio chi ha voluto puntarci almeno un po’ spendendoci dei soldi. Quel copione è fermo in qualche cassetto da anni. Ma io stesso, se avessi un briciolo di potere, consiglierei di non farne un film, semmai una miniserie, ovviamente da ripensare alla luce delle esigenze televisive.
D’altro canto ci sarà un motivo se registi come Marco Bellocchio, Carlo Verdone, Paolo Sorrentino, Francesco Bruni, Francesca Comencini, Carlo Carlei, Roan Johnson, Daniele Vicari, solo per dirne alcuni che mi vengono in mente, hanno deciso di mettere da parte per un po’ il cinema pensato per il grande schermo, in favore, quasi tutti, di una serialità pop, magari un po’ d’autore nello stile, audace nella scelta dei temi, proprio per evitare l’incubo più diffuso da qualche tempo a questa parte: i tragici resoconti Cinetel del giorno dopo.
Dice: “Però bisogna provarci, non bisogna arrendersi alla logica dello streaming”. Può darsi. Vedremo come andrà “Freaks Out” di Gabriele Mainetti, il kolossal italiano da 13 milioni di euro che arriva nelle sale il 28 ottobre, dopo l’anteprima in concorso alla Mostra di Venezia. Il discorso vale anche per “Diabolik” dei fratelli Manetti, in uscita a Natale dopo un anno di fermo. Due titoli considerati “eventi”, di forte impianto spettacolare, e quindi rivolti a quel pubblico, ampio e intergenerazionale, che potrebbe finalmente rispondere affollando le sale e sottraendosi per un giorno alla più comoda consumazione di cinema in casa. Potrebbe.
Certamente, se fossi un regista, mi porrei più di un tempo il problema di che cosa raccontare in un film per il grande schermo: quale storia e come. Ma credo che siano in pochi a farlo. I “garantiti” vanno sul sicuro, macinando un film dietro all’altro, almeno fino a quando i rubinetti di Rai Cinema o di Vision Distribution saranno aperti; agli altri non resta che fare gli scongiuri e sperare in un miracolo (solo che non c’è più l’alibi del Covid).

Michele Anselmi