L’angolo di Michele Anselmi

Vestiti Gucci dalla testa ai piedi, forse per contratto, i due fratelli D’Innocenzo, Fabio e Damiano, danno la sensazione di stare un po’ franando: magari sarà la pressione psicologica in vista dell’uscita nei cinema di “America Latina” (da giovedì 13 gennaio). Per dire: a un maleducato che su Instagram aveva scritto “Vediamo se i grandi fratelli D’Innocenzo sono riusciti a fare un film più brutto del primo, ma soprattutto più brutto del secondo”, uno dei due, Fabio, ha risposto: “Ti compro, fallito”, più o meno riproponendo, imparo su Facebook, una pessima battuta televisiva di Fabrizio Corona nei confronti di Giampiero Mughini. Nel medesimo scambio trovo anche scritto “Sapessi quanto ci pagano, fottiti hater”. e arriva pure una bestemmia. Meno male che alla fine sono arrivate le scuse del cineasta, attraverso un arzigogolato messaggio, sempre su Instagram.
Leggo inoltre che Vision Distribution, coproduttore con Lorenzo Mieli e La Pacte, ha messo a punto “una campagna unconventional” da circa 1 milione di euro per promuovere appunto il terzo film dei due fratelli, ormai saldamente ascesi nell’Olimpo dei “talenti indiscutibili”. Eppure il loro film, quinto titolo italiano in concorso alla Mostra di Venezia 2021, non è apparso proprio un capolavoro. Anzi.
In ogni caso parte con una nota spiritosa “America Latina”: la tonante sigla musicale della Universal viene suonata con uno zufolo da pastori, e ricordo che alla proiezione veneziana parecchi critici sorrisero. Ma durò poco l’allegria. Perché i due gemelli romani, classe 1988, confezionano una storia ancora più fosca e desolata di quanto fatto con “La terra dell’abbastanza” e “Favolacce”.
Avete in mente quei film che portano idealmente, sui titoli di testa, una scritta al neon lampeggiante che avverte: “Metafora, metafora, metafora”? Spiegano i due registi fratelli: “Abbiamo scelto di raccontare questa storia perché, semplicemente, era quella che ci metteva più in crisi: come esseri umani, come narratori, come spettatori”. Purtroppo la storia non si può riassumere qui, perché costruita sul filo di un continuo scambio di piani: tra realtà e alterazione, tra cronaca e inconscio. Restiamo ai primi trenta minuti, allora.
Siamo dalle parti di Latina, dove il dentista Massimo Sisti pare aver trovato la felicità, alla faccia delle origini umili. Guadagna cifre enormi, guida una costosa Volvo, abita con la moglie e le due figlie in una villona kitsch fuori città con piscina e una specie di celeste scala imperiale. Eppure qualcosa turba l’esistenza dell’uomo, dedito all’alcol, colpito ogni tanto da piccole amnesie, in pessimi rapporti col padre sempre in cerca di soldi.
Un giorno, scendendo nell’enorme cantina disabitata e grigia, un po’ in stile “Saw”, Massimo vi trova un tappeto di bottiglie di plastica e una ragazza legata a un tubo, male in arnese, affamata, con un bavaglio alla bocca. Chi è? Com’è finita lì? E perché lui non chiama subito la polizia?
Quella sventurata sembra un’immagine da America Latina, nel senso dei desaparecidos argentini o cileni, ma è chiaro che il titolo gioca, per contrasto, col nome della città pontina e una certa idea mitica dell’America. E intanto lo smottamento psicofisico incalza, tutto si colora di rosso, moglie e figlie assumono un che di angelico, pure fantasmatico, mentre il tg trasmette notizie su un turpe massacro familiare.
Elio Germano, cranio rasato e barbetta diabolica, s’immerge totalmente nella fisiologia del dentista, che forse rappresenta un condensato di “maschio italiano”, restituendone soprassalti, paure, aggressività. Insomma la sua “dark side”; o il suo “passeggero oscuro” a voler citare Dexter. Avrete capito che l’uomo è svalvolato, a un passo dalla nevrosi, e certo il film, tenuto sul filo di un’inquietante ambiguità, asseconda la minaccia che si respira, fino alla spiegazione, più o meno, della faccenda.
Come nei due film precedenti, le fulminanti intuizioni visive contano più della drammaturgia o dei dialoghi, e naturalmente i due fratelli trovano nella fotografia di Paolo Carnera una fantasiosa alleata. Ma il deragliamento del dentista è più esibito che spiegato, in un rincorrersi di scene a effetto, tra dettagli fisici ingigantiti, acque rischiose, crostate tentatrici, ombre insinuanti. E soprattutto: quanto stiamo vedendo è reale o una percezione distorta?
Nel cast, oltre al mattatore Germano, figurano interpreti come Astrid Casali, Sara Ciocca, Filippo Dini e Massimo Wertmüller, tutti intonati al registro un po’ allucinato caro ai due golden boys.

Michele Anselmi