HIGHLIGHTS Recensioni

Anche Gere fa una miniserie. In “MotherFatherSon” è un feroce magnate dei media

L’angolo di Michele Anselmi 

A quanto pare, ma già si sapeva, le serie tv sono una benedetta risorsa per le star del cinema cadute un po’ in disgrazia, magari a causa dell’età o del variare dei gusti popolari. Da Kevin Costner ad Al Pacino, da Russell Crowe a Dustin Hoffman, da Meryl Streep a Julia Roberts, in molti, tra i bravi, stanno reinventandosi sul piccolo schermo. Con esiti spesso interessanti, se non ottimi, sia un piano della qualità sia sul piano degli ascolti. L’ultimo ad essersi convertito è Richard Gere, classe 1949, di cui si ricorda una lontana partecipazione a un episodio di “Kojak”, circa 44 anni fa.
Adesso lo si può vedere su Sky Atlantic nella seria britannica (Bbc) “MotherFatherSon”, tutta una parola, a evocare un legame inestricabile tra i tre personaggi principali. Pare che Gere non si sia divertito granché durante le riprese, così ho letto in un articolo di Giacomo Fasola su “Style”. Se all’inizio s’era detto “molto contento di partecipare a questo progetto così attuale, insieme ad attori di grande talento”, alla fine ha ritrattato un po’: “Ho girato per sei mesi, è stato come fare quattro film indipendenti interpretando lo stesso personaggio. Troppo lungo. Non credo che lo farò di nuovo”. Si può capirlo, ma non dovrebbe lamentarsi con l’aria che tira.
Nella serie di Sky, composta da 8 episodi di un’ora ciascuna (siamo arrivati alla quarta), Gere è un americano a capo di un impero editoriale attivo in Europa e negli Stati Uniti. Un magnate fascinoso e carismatico, inflessibile e scaltro, specie nell’annusare l’aria politica che tira, in modo da orientare la linea dei suoi giornali e delle sue tv. Diciamo un Murdoch più bello e seduttivo. Si chiama Max Finch, nell’incipit lo vediamo atterrare a Londra col suo jet privato: deve incontrare il premier in carica, il primo nero e musulmano alla guida del Regno Unito. Ma, avvicinandosi le elezioni, potrebbe cambiare cavallo per puntare su un’industriale “progressista”, dalla parte degli ultimi (così almeno sembra), tal Angela Howard, molto interessata al sostegno della catena.
Se Finch è il “father” del titolo, Kathryn, ovvero l’attrice Helen McCrory, è la “mother”, cioè l’ex moglie, una ricca ereditiera da lui mollata in modo crudele anni prima: oggi fa volontariato in una comunità di recupero e non disdegna le attenzioni di un dolce senzatetto un tempo manager della City. Infine c’è Max, il “son”, giovane aggressivo e cocainomane, piuttosto perverso sul piano sessuale, nonché anaffettivo patologico, che guida il più prestigioso giornale del gruppo, “The National Reporter”. Ma Max, incarnato da Billy Howle, è sempre a un passo dal tracollo: il padre non l’ha mai stimato, la madre fu allontanata da lui, e adesso, dopo una serata “da sballo”, un ictus l’ha devastato mentalmente e fisicamente.
Naturalmente, trattandosi di 8 puntate, accadono tante altre cose in “MotherFatherSon”, anche in chiave gialla/spionistica, in un clima minaccioso di controllo sociale, tra intercettazioni proibite, killer prezzolati e polizia compiacente, che porta dritto all’imperturbabile tycoon.
Scritta da Tom Rob Smith, con James Kent e Charles Sturridge alla regia, la serie è un melodrammone familiare ambientato in una Londra smaltata e postmoderna simile a quella di “Diavoli”; anche la cattiveria, mista a ferocia e avidità, è un po’ la stessa, benché a predominare, almeno nelle prime quattro puntate, sia il lento ritorno alla vita, in una clinica per militari tornati a pezzi dai vari fronti, del giovane Max, ormai senza freni inibitori dopo l’intervento al cervello e quindi potenzialmente pericoloso, perché sa troppe cose.
S’è visto di meglio su Sky, ma una volta risucchiati nel cosiddetto dispositivo drammaturgico, ricolmo di colpi di scena e allusioni alla pervasività dei mass-media, non sarà facile abbandonare. Bravi i doppiatori italiani, per chi non ama i sottotitoli: sono Mario Cordova (il padre), Franca D’Amato (la madre) e Fabrizio De Flaviis (il figlio).

Michele Anselmi

Condividi quest'articolo