L’angolo di Michele Anselmi 

Di fronte a “Spencer”, sintetizzando un po’, sono possibili due reazioni. 1) Ancora un film su Lady D? Che palle. 2) Vediamo un po’ che cosa s’è inventato Pablo Larraín sulla “principessa triste”. Io suggerisco la seconda. In ogni caso, Diana continua a ispirare film e serie tv. Se la terza stagione di “The Crown” s’è interrotta con la rottura pressoché definitiva tra Diana e Carlo, “Spencer” compie un piccolo passo indietro e ci riporta al Natale terribile del 1992, nella lussuosa e gelida residenza reale di Sandringham House. “Una favola tratta da una tragedia vera” si legge sui titoli di testa, e non suoni come un paradosso: il cileno Larraín, dopo il suo film su Jackie Kennedy del 2019, orchestra un nuovo ritratto di donna (famosa) in bilico tra invenzione e cronaca, isolando un arco temporale ben definito. Incuriosisce che, per incarnare l’aristocratica amata da tutti ma non dalla Corona, abbia ingaggiato un’attrice americana, Kristen Stewart, piuttosto brava nel riprodurre l’accento british e nel muoversi, agile e infelice, dimagrita e bulimica, in quei panni impegnativi.
Però non bisogna chiedere a “Spencer”, passato in concorso a Venezia 2021 e da giovedì 24 marzo nelle sale con 01-Rai Cinema, di essere troppo fedele. Lo sceneggiatore Steven Knight, pure regista del notevole “Locke”, conia un paragone piuttosto azzardato tra Diana Spencer e Anna Bolena, sì la nobile già sposa di Enrico VIII fatta decapitare nel 1536, per tradimento, dal medesimo sovrano.
In realtà, sin dalla prima scena, si capisce che il destino di Lady D è già segnato: non la morte a Parigi nel 1997, ma la sua decisione di mollare la famiglia reale. Alla guida della sua Porsche, vaga confusa per le brumose campagne inglesi alla ricerca della “mansion” detestata. “Mi sono persa” sospira entrando in una locanda dove tutti la riconoscono; ma il riferimento non è solo geografico. La donna è stonata e assente, non le importa nulla di passare il Natale lì, alla presenza della regina Elisabetta e di tutto il cucuzzaro, per fortuna ci sono i figli William ed Henry a dare un senso alla riunione. Come una scheggia impazzita finita in un meccanismo formale rodato nei secoli, Diana provoca e si astrae, le sembra ridicolo il rito della bilancia (bisogna ripartire almeno con un chilo in più), e intanto il fantasma di Anna Bolena appare a più riprese, anzi a un certo punto lei si vede con addosso gli abiti cinquecenteschi, pronta forse a farsi uccidere durante una battuta di caccia al fagiano.
“Ora se ne vada, voglio masturbarmi” scandisce irriverente alla cameriera che ha appena cucito le tende della stanza da letto per timore dei paparazzi con teleobbiettivo; per fortuna arriverà da Londra la segretaria/factotum, Maggie, l’unica che sembra capirla e amarla davvero, in ogni senso.
Il film non è cattivo con Elisabetta, Carlo, Sarah e gli altri della “royal family”, non ha neanche bisogno di esserlo; vuole restituire la desolata, ancorché privilegiata, condizione di una bella e giovane donna inserita in un ambiente che non si fida più di lei (e viceversa). La metafora della collana di perle, simile a un collare vessatorio, avvia all’epilogo tanto liberatorio quanto perplesso.
Musica severa da quartetto d’archi opposta alla canzonetta pop “All I Need Is A Miracle”, soprattutto una partitura drammaturgica cucita addosso al sorriso stanco e al fisico ossuto di Kristin Stewart, sensibile nel restituire l’iconica vulnerabilità del personaggio (se lo trovate in lingua originale con i sottotitoli è molto meglio).

Michele Anselmi