La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor | 6

A quanto pare Lady D, “la principessa triste”, continua a ispirare film e serie tv. Se la terza stagione di “The Crown” s’è interrotta con la rottura pressoché definitiva tra Diana e Carlo, “Spencer” compie un piccolo passo indietro e ci riporta al Natale terribile del 1992, nella lussuosa e gelida residenza reale di Sandringham House. “Una favola tratta da una tragedia vera” si legge sui titoli di testa, e non suoni come un paradosso: il regista cileno Pablo Larraín, dopo il suo film su Jackie Kennedy del 2019, orchestra un nuovo ritratto di donna (famosa) in bilico tra invenzione e cronaca, isolando un arco temporale ben definito. Incuriosisce che, per incarnare l’aristocratica amata da tutti ma non dalla Corona, abbia ingaggiato un’attrice americana, Kristen Stewart, piuttosto brava nel riprodurre l’accento british e nel muoversi, agile e infelice, dimagrita e bulimica, in quei panni impegnativi.
Non bisogna chiedere a “Spencer”, dal cognome da nubile della principessa, di essere troppo fedele. Lo sceneggiatore Steven Knight, pure regista del notevole “Locke”, conia un paragone piuttosto azzardato tra Diana Spencer e Anna Bolena, sì la nobile già sposa di Enrico VIII fatta decapitare nel 1536. In realtà, sin dalla prima scena, si capisce che il destino di Lady D è già segnato: non la morte a Parigi nel 1997, ma la sua decisione di mollare la famiglia reale. Alla guida della sua Porsche, vaga per le brumose campagne inglesi alla ricerca della “mansion” detestata. “Mi sono persa” sospira entrando in una locanda dove tutti la riconoscono; ma il riferimento non è solo geografico. La donna è stonata e assente, non le importa nulla di passare il Natale lì, alla presenza della regina Elisabetta e di tutto il cucuzzaro, per fortuna ci sono i figli William ed Henry a dare un senso alla riunione. Come una scheggia impazzita finita in un meccanismo formale rodato nei secoli, Diana provoca e si astrae, le sembra ridicolo il rito della bilancia (bisogna ripartire almeno con un chilo in più), e intanto il fantasma di Anna Bolena appare a più riprese, anzi a un certo punto lei si vede con addosso gli abiti cinquecenteschi, pronta forse a farsi uccidere durante una battuta di caccia al fagiano.
“Ora se ne vada, voglio masturbarmi” scandisce irriverente alla cameriera che ha appena cucito le tende della stanza da letto per timore dei paparazzi con teleobbiettivo; per fortuna arriverà da Londra la segretaria/factotum, Maggie, l’unica che sembra capirla e amarla davvero, in ogni senso.
Il film non è cattivo con Elisabetta, Carlo, Sarah e gli altri della “royal family”, non ha neanche bisogno di esserlo; vuole restituire la desolata, ancorché privilegiata, condizione di una bella e giovane donna inserita in un ambiente che non si fida più di lei (e viceversa). La metafora della collana di perle, simile a un collare vessatorio, avvia all’epilogo tanto liberatorio quanto perplesso.
Musica severa da quartetto d’archi opposta alla canzonetta pop “All I Need Is A Miracle”, soprattutto una partitura drammaturgica cucita addosso al sorriso stanco e al fisico ossuto di Kristin Stewart, sensibile nel restituire l’iconica vulnerabilità del personaggio. Il film uscirà in Italia con 01- Rai Cinema.
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Un’altra donna disturbata è al centro del secondo titolo in gara della giornata: “The Lost Daughter”, tratto dal romanzo “La figlia oscura” di Elena Ferrante (2006, edizioni e/o). Solo che la regista statunitense Maggie Gyllenhaal, nota perlopiù come attrice, non possiede proprio il tocco di Larraín, benché faccia di tutto per proporsi come autrice da festival (firma pure il copione). La verità? Mi pare il primo, vero, passo falso di questa Mostra per molti versi ben assortita.
Trasportata dal meridione d’Italia alla Grecia, vicino a Corinto, la vicenda ruota attorno a una colta insegnante di letteratura inglese, Leda, che a 48 anni si ritrova da sola a passare le vacanze in una casa in riva al mare. Ruvida, arguta e osservatrice, la straniera non riesce a distogliere lo sguardo da una sensuale donna del luogo, Nina, con figlia piccola e bambola del cuore. Sembrano felici, ma l’arrivo del marito, in compagnia di alcuni parenti inquietanti, innesca uno strano clima di minaccia. E intanto assistiamo, in una serie di flashback, alle vicende che portarono Leda, madre di due figlie ormai grandi, a dividersi dal marito.
Olivia Colman è un’attrice magnifica, non solo nei panni della matura regina Elisabetta di “The Crown”: per finezza, espressività, tono di voce, anche presenza fisica non artefatta. Nel ruolo di Leda oggi, coi suoi vuoti e trasalimenti, fa dimenticare gli incespichi di una regia tra pretenziosa e sfocata; i problemi nascono col passato, quando è Jessie Buckley a incarnare l’incasinata docente con scarso senso materno e calda disponibilità all’adulterio. A suo modo “una madre snaturata”, come sentiamo dire.
Intessuto di dotte citazioni, da John Keats a Wystan Hugh Auden, da Paul Ricœur a María Guerra, il film si propone come una feroce meditazione femminile sulla maternità irrisolta, l’ambizione professionale e le pulsioni erotiche. La regista non fa sconti, anche nella crudezza dei dialoghi, ai suoi personaggi. Ma ci si perde presto nelle digressioni, nell’andirivieni temporale, pure nelle prove sconnesse dei noti attori convocati, tra i quali Dakota Johnson, Ed Harris, Peter Sarsgaard e la nostra Alice Rohrwacher. Uscirà con Bim.

Michele Anselmi