L’angolo di Michele Anselmi
Giustamente il titolo recita “Pinocchio di Guillermo Del Toro”, a includere il nome del regista messicano. L’autore di “La forma dell’acqua” pensava al progetto sin dal 2009 e solo con Netflix è riuscito a portarlo a termine, al costo di circa 35 milioni di dollari. Il film esce domenica 4 dicembre in poche, selezionate sale italiane, come s’usa dire, ma la partita vera si giocherà naturalmente sulla piattaforma streaming dal 9 dicembre, dove si potrà vederlo nella versione originale con sottotitoli. Non che sia stato doppiato male, ma siccome sono in ballo le voci di attori straordinari, da Gregory Mann a Ewan McGregor, da David Bradley a John Turturro, da Cate Blanchett a Tilda Swinton, da Christoph Waltz a Tim Blake Nelson, suggerisco di fare un piccolo sforzo e optare per l’inglese.
Anticipo la domanda: ancora Pinocchio? È di tre mesi fa il film di Robert Zemeckis per Disney+, assai fedele al classico a cartoni animati del 1940 e quindi polveroso, e certo resta nella memoria di molti la versione di Matteo Garrone del 2019, che incassò solo in Italia 15 milioni di euro. Ma Del Toro è autore originale e innovativo. Così, dopo l’irrisolto “La fiera delle illusioni – Nightmare Alley” del 2021, eccolo cimentarsi con il più celebre burattino, anzi marionetta, della letteratura non solo italiana. Lo fa con lo sceneggiatore Patrick McHale, rivestendo di nuovo l’intreccio collodiano (il romanzo originale fu pubblicato nel 1883), modificando alcuni dei personaggi e mutandone il segno pedagogico, con una capovolta finale che spiazza e fa riflettere. Resta lo sguardo impietoso sui contrasti tra rispettabilità piccolo-borghese e libero istinto, ma in una chiave di audace ricollocazione anche storica.
Siamo infatti nel 1916, sotto le Alpi, ramo piemontese, non troppo distanti da Alessandria. Infuria la Prima guerra mondiale, così scopriamo che un bombardamento aereo s’è portato via l’amatissimo figlio di Geppetto, un bambino di nome Carlo (come Collodi?). Il vecchio falegname, disperato per la perdita di cui si sente responsabile, ricava un nodoso e bruttino Pinocchio da un tronco di legno, per lenire la sofferenza, la solitudine.
“Voglio raccontarvi una storia, è una storia che credete di conoscere, ma non è così” annuncia allo spettatore il Grillo Parlante, qui ribattezzato Sebastian, e infatti gli eventi assomigliano solo in parte a quelli della pagina scritta.
A un certo punto, essendo l’Italia sotto il giogo fascista entrata di nuovo in guerra, compare anche un truce e tronfio Mussolini, con le sue mossacce: il Duce è ospite d’onore in uno spettacolo a Catania, sotto il tendone del circo, e non può immaginare che l’attrazione dello spettacolo, appunto Pinocchio, lo sfotterà pesantemente in pubblico sotto lo sguardo allibito dell’impresario, il Conte Volpe, una specie di Mangiafuoco più avido e feroce.
Realizzato attraverso la tecnica dell’animazione detta “stop-motion” curata da coregista Mark Gustafson, “Pinocchio di Guillermo Del Toro” è anche un musical, nel senso che la vicenda è trapunta di canzoni, non molte, composte da Alexandre Desplat su testi dello stesso regista e del paroliere Roeban Katz. Forse la parte meno convincente. Convince invece lo sguardo – tra pietoso e grottesco, tra ossessioni cromatiche e suggestioni gotiche, tra affondi antirazzisti e difesa dei “diversi” – che Del Toro applica alle avventure di Pinocchio, fino a modificare radicalmente il carattere dei personaggi. Per dire: la Fata Turchina diventa una Sfinge bluastra e ipertecnologica, una Chimera pure mortuaria e tentacolare, che pilota l’esistenza di quel “bambino con l’anima in prestito” destinato a non morire mai, mentre tutto invecchia e finisce attorno a lui.
Consiglio di vedere questo apocrifo “Pinocchio”, se interessa la materia, facendo tabula rasa dei ricordi d’infanzia, lasciandosi accompagnare da Del Toro verso territori sconosciuti, anche mentali. Forse il film dura troppo, 114 minuti, il prologo sul figlio in carne ed ossa per i miei gusti va un po’ per le lunghe, ma si esce dalla “rivisitazione” con la sensazione di aver assistito a una storia nuova di zecca, che insieme conferma e smentisce la vecchia.
PS. I principali doppiatori della versione italiana sono Massimiliano Manfredi, Bruno Alessandro, Ciro Clarizio, Mario Cordova, Giulio Bartolomei, Tiziana Avarista, Stefano Benassi e Franca D’Amato.
Michele Anselmi