“And Just Like That…” si affaccia nel panorama seriale come seguito della fortunata “Sex and the City”, che venti anni prima parlava di relazioni in maniera poco convenzionale. La serie, simbolo di irriverenza e anticonformismo, con il trascorrere del tempo era diventata oggetto di critiche a causa della superficialità con cui alcuni aspetti (non) venivano raccontati. Al tempo stesso, aveva il merito di scardinare arcaiche concezioni, e lo faceva con ritmo serrato, sagacia e sarcasmo del suo creatore, Darren Star, finendo per diventare un vero e proprio colosso nel suo genere e ponendosi per anni tra le serie televisive più amate e viste di sempre.

Fatte queste premesse, si può dire che “And Just Like That…” (2021) non deve prendersi la stessa responsabilità. Questa grande reunion del cast di “Sex And The City” non sembrerebbe avere il compito di sradicare concezioni passate, quanto quello di dare spazio alla rappresentazione del reale. Questo più per merito dei passi avanti della società che per scelta stilistica e narrativa del prodotto, che appare invece orientato proprio alla rottura degli schemi, scegliendo di raccontare questioni importanti e ancora dense di pregiudizi, quali l’identità di genere, la rivendicazione della propria individualità, il razzismo, la genitorialità, l’amore libero, il lutto, l’invecchiamento, l’emancipazione e molto altro. Tutt’altro che un prodotto disimpegnato quindi.

Nella miniserie, lanciata da HBO dal 9 dicembre al 3 febbraio negli Stati Uniti e proposta nel palinsesto di Sky Serie dal 18 dicembre al 12 febbraio, non è la ricerca di identità a trovarsi al centro delle vicende, ma la rivendicazione del proprio modo di essere. Gli interpreti di “And Just Like That…” sanno tutti molto bene chi sono, la loro missione è quella di affermarsi. Non più solo Carrie Bradshaw e il “suo” Mr. Big quindi, ma un nuovo spazio per tanti, tantissimi personaggi che adesso vengono valorizzati in qualità e quantità. Al netto di questo, se il prodotto guadagna in arricchimento verticale dei ruoli (grazie anche a un ottimo cast), la serie perde anche molto: grande assente Samantha Jones, la quintessenza dell’emancipazione.

Ottime le intenzioni, meno la linea narrativa che tende a perdersi tra le molte vicende – che in alcuni casi possono apparire forzate. Se da una parte è vero che andrebbe lodato qualsiasi tentativo di portare in vita storie che rappresentino la bellezza della diversità, tale caratteristica deve essere protetta e valorizzata, anche perché il rischio di incappare in errori del passato, creando stereotipi e caricature, è dietro l’angolo. La serie resta comunque un prodotto che diverte e intrattiene, stilisticamente ben confezionato, e che non vuole andare indietro nel tempo e riportare gli spettatori alla vecchia essenza di “Sex and the City”, ma piuttosto rinnovarsi e rinnovare, raccontando nel qui ed ora le relazioni del nostro presente. Molti i riferimenti alla vecchia serie, ma anche un taglio netto col passato: un nuovo inizio che non vuole dimenticare da dove si viene.

Chiara Fedeli