L’angolo di Michele Anselmi 

Il tutto siglato sui titoli di coda, non a caso, da “Amazing Grace”: il più famoso e toccante inno cristiano in lingua inglese, il cui testo fu scritto dall’ex schiavista John Newton e pubblicato nel 1779, giusto ottant’anni prima dell’anno 1859 che sigla la scena iniziale di “Horizon. An America Saga. Capitolo 1”.
Lasciando il redditizio personaggio del patriarca John Dutton di “Yellowstone” per dedicarsi a questo colossale progetto in quattro parti, due delle quali pronte, il 69enne Kevin Costner ha investito molti dei suoi dollari, dicono una quarantina di milioni, col solo intento di girare un western alla sua maniera. Da sempre è un “westerner”, un attore che appena può indossa spolverino, cappellone, baffi e mosca, stivali, speroni e Winchester; magari stavolta ha fatto il passo più lungo della gamba, inseguendo una specie di sogno tra artistico e giovanile, e tuttavia “Horizon”, comunque andrà nel mondo (in patria è partito male, solo 11 milioni di dollari nel primo week-end) lascerà un segno. Da noi in Italia la prima parte esce con Warner Bros. giovedì 4 luglio, la seconda il 16 agosto (?).
Ormai i film western vanno forte solo sulle piattaforme digitali, basterebbe pensare a una miniserie straordinaria come “1883” su Paramount+, ma sul grande schermo arrancano, soprattutto per la diffidenza e la ritrosia del pubblico femminile (un mistero per me, ma così è). Costner questa saga americana se la portava nel cuore dal 1988, infatti l’ha scritta, con John Baird e Mark Kasdan, coprodotta, diretta e interpretata, sentendosi libero di farla come gli pareva, magari contro tutto e tutti, sapendo che sarebbe stato un rischio commerciale, “un cimento armato” per dirla con Totò.
Io ho visto oggi il primo capitolo, che dura circa tre ore, e francamente non vedo l’ora di vedere il secondo per sapere come finiranno con l’intrecciarsi le quattro vicende principali, immagino nell’erigenda e mitica cittadina di Horizon citata dal titolo. Leggo che Stephen King ha difeso Costner dai veleni della cosiddetta “schadenfreude”, ovvero il meccanismo perverso che porta a “provare piacere per la sfortuna altrui”. In effetti “Horizon” non è un seguito, un antefatto, un derivato, non fa parte del mondo Marvel; semmai recupera un genere, spesso dato per morto e sepolto, con l’idea di farne una metafora a tratti politica e insieme un affresco corale ad alto tasso spettacolare.
A suo modo, Costner declina il western in molte delle sue configurazioni, tendendo al classicheggiante, riempendo “Horizon” di omaggi, strizzatine d’occhio e citazioni (non ha senso riferirle tutte, ma certo si parte da John Ford), con l’eccezione, mi pare di poter dire, del western all’italiana.
Poi magari Costner ha pigiato sin troppi film dentro il suo kolossal girato nello Utah, con il risultato di spezzettare i percorsi e di mettere talvolta alla prova l’attenzione dello spettatore. Si parte dalla San Pedro Valley in Arizona, poi si va nel Montana, nel Wyoming, nel Kansas, senza farsi mancare nulla: la furia degli Apache contro i coloni e la ferocia dei cacciatori di Apache, la guarnigione nordista, il villaggio immerso nel fango, il bordello locale, le vedove e le fanciulle, la carovana di pionieri, le mandrie, i cavalli, gli operai cinesi sfruttati, gli amori timidi, gli scalpi sanguinolenti e la leggenda da stampare…
Figuratevi: il personaggio incarnato da Costner, ovvero il laconico cowboy/pistolero Hayse Ellison, appare solo dopo 65 minuti, col suo cappello rigido a larghe tese in tinta col cappottone blu spinato che sarebbe piaciuto a Clint Eastwood, e vorresti che restasse più in scena, invece viene e va, dopo aver compiuto un’opera buona, con relativa sparatoria a distanza ravvicinata, di cui forse si pentirà. Pare di capire che Ellison s’imporrà via via nello scorrere degli eventi, anche perché, laggiù nel Montana tra vacche e cowboy, c’è chi non vede l’ora di fargli la pelle.
Gli anni presi sinora in esame sono quelli tra il 1859 e il 1863 (infuria ancora la Guerra Civile più ad est), ma credo che l’arco narrativo della serie riguardi una quindicina d’anni, sempre che Costner trovi i soldi, e non sarà facile se gli incassi latitano, per realizzare il terzo e quarto capitolo della titanica impresa.
Costellato di partecipazioni illustri, da Sienna Miller ad Abbey Lee, da Sam Worthington a Danny Huston, da Luke Wilson a Giovanni Ribisi, da Jeff Fahey a Will Patton, solo per dirne alcuni, “Horizon” fa rimbombare sin troppa musica nelle praterie ma colpisce per l’accuratezza della ricostruzione storica, incluso il rumore degli spari, più basso e sordo.
Difetti? Le donne forse sono tutte troppo belle e levigate per l’epoca, il montaggio non è così fluido come vorresti, il copione stenta a seguire i numerosi personaggi con la stessa cura drammaturgica. Ma basterebbe l’anziano sergente interpretato da Michael Rooker, così bene ricalcato sul modello di Victor McLaglen nei film di Ford, per conferire a “Horizon” un classicismo gentile e pudìco, da narrazione distesa, mai isterica, che a molti, temo, apparirà anacronistica. Invece sta proprio lì, per me, il bello di questa saga americana che invito a vedere se possibile vincendo ogni pregiudizio.
PS. Purtroppo, nella versione italiana, Costner parla con la voce di Massimo Lodolo, lo stesso che lo doppiò in “Yellowstone”. Peccato.

Michele Anselmi