L’angolo di Michele Anselmi 

“I figli sono una responsabilità schiacciante” scandisce la turista solitaria. Poco prima la bella vicina d’ombrellone le aveva chiesto: “Com’erano le sue figlia da giovani?”. E lei: “Non ricordo”. Un’altra donna disturbata, a pochi giorni dall’uscita di “Spencer” di Pablo Larraín (entrambi i film erano in concorso alla Mostra di Venezia 2021), arriva nelle sale italiane giovedì 7 aprile con Bim: si chiama “La figlia oscura”, in originale “The Lost Daughter”, dal romanzo “La figlia oscura” di Elena Ferrante, 2006, edizioni e/o.

L’ha scritto e diretto la neo-regista statunitense Maggie Gyllenhaal, nota perlopiù come attrice, e certo il Lido ha portato fortuna, regalandone il premio per la miglior sceneggiatura. Meno bene è andata con la recente tornata degli Oscar.

Trasportata dal meridione d’Italia alla Grecia, vicino a Corinto, la vicenda ruota attorno a una colta insegnante di letteratura inglese, Leda, che a 48 anni si ritrova da sola a passare le vacanze in una casa in riva al mare. Ruvida, arguta e osservatrice, la straniera non riesce a distogliere lo sguardo da una sensuale donna del luogo, Nina, con figlia piccola e bambola del cuore. Sembrano felici, ma l’arrivo del marito, in compagnia di alcuni parenti piuttosto inquietanti, innesca uno strano clima di minaccia. E intanto assistiamo, in una serie di flashback, alle vicende che portarono Leda, madre di due figlie ormai grandi, a dividersi dal marito.

Olivia Colman è naturalmente un’attrice magnifica, non solo nei panni della matura regina Elisabetta di “The Crown”: per finezza, espressività, tono di voce, anche presenza fisica non artefatta. Nel ruolo di Leda oggi, coi suoi vuoti e trasalimenti, fa dimenticare gli incespichi di una regia tra pretenziosa e sfocata; i problemi nascono col passato, quando è Jessie Buckley a incarnare l’incasinata docente da giovane con scarso senso materno e calda disponibilità all’adulterio. A suo modo “una madre snaturata”, come sentiamo dire.

Intessuto di dotte citazioni letterarie, da John Keats a Wystan Hugh Auden, da Paul Ricœur a María Guerra, il film si propone come una feroce meditazione femminile sulla maternità irrisolta, l’ambizione professionale, le pulsioni erotiche e l’irrequietezza scalpitante. La regista non fa sconti, anche nella crudezza di alcuni dialoghi, ai suoi personaggi. Ma ci si perde presto nelle digressioni, nell’andirivieni temporale, pure nelle prove sconnesse dei noti attori convocati, tra i quali Dakota Johnson, Ed Harris, Peter Sarsgaard e la nostra Alba Rohrwacher. Piacerà particolarmente alle donne, almeno credo.

Michele Anselmi