L’angolo di Michele Anselmi

Giuro che è andata così. Vedendo “Licorice Pizza” in un’ansiogena proiezione per la stampa, ormai due mesi fa, dicevo tra me e me: “Ma guarda come assomiglia a Philip Seymour Hoffman questo giovane attore protagonista”. Ignoravo che fosse proprio il figlio dell’attore scomparso: l’ho scoperto leggendo i titoli di coda e bisogna riconoscere che l’oggi diciottenne Cooper Hoffman è davvero bravo, intonato al clima generale della vicenda.
Il nono e molto atteso film di Paul Thomas Anderson, regista di culto cinefilo, esce giovedì 17 marzo nelle sale con Eagle Pictures, e temo che il titolo non aiuterà granché. Trattasi di testuale omaggio al nome di una catena di negozi (dischi e video) molto in voga nella California meridionale durante gli anni Settanta, insomma la pizza da mangiare non c’entra nulla.
Il regista americano, a un lustro dal sofisticato “Il filo nascosto”, torna in patria per girare questo cine-romanzo di formazione ambientato nella San Fernando Valley del 1973. Inutile dire che un’aura di indiscutibile capolavoro circonfonde da mesi questo film per nulla autobiografico (il regista è nato nel 1970 a Los Angeles) ma certo iscritto in un racconto/affresco nel quale confluiscono omaggi, divagazioni, citazioni, strizzatine d’occhio, scarti generazionali, il tutto mischiato, appunto, alla maniera di Paul Thomas Anderson (ramo “Boogie Nights – L’altra Hollywood”).
La trama ridotta al minimo: il quindicenne e molto brufoloso Gary Valentine non riesce a staccare gli occhi dalle lunghe e ben tornite gambe della venticinquenne Alana Kane, assistente di un fotografo (ci sono degli scatti da fare al liceo). Dieci anni di differenza, a quell’età, non sono pochi: infatti la ragazza, incarnata dalle debuttante Alana Haim, osserva con pietosa tenerezza la corte tentata da Gary, ma in fondo è lusingata dalle attenzioni del ragazzo, il quale ha idee chiare sul proprio futuro da attore. Anche lei del resto, benché tosta e spavalda, non è così libera come sembra, provenendo da una rigida famiglia ebraica. E intanto, in un tourbillon di eventi, tra buffi e violenti, nasce una strana amicizia tra i due, dai risvolti professionali, anche grazie ad un bizzarro commercio di letti ad acqua, allora di moda.
“Licorice Pizza” dura 133 minuti e naturalmente gli stop and go di quell’amore sempre sul punto di sbocciare servono al regista per rievocare un certo mondo anche cinematografico dell’epoca. Per dire: Sean Penn rifà una specie di William Holden già anzianotto che beve e sfida la sorte in motocicletta, mentre tutti sul set diretto da Tom Waits ricordano il suo mitico film “I ponti di Tokio-Ri” (cambia appena il titolo); Bradley Cooper fa invece un mix tra Jon Peters e Kris Kristofferson, tra il parrucchiere che fu compagno di Barbra Streisand e il divo un po’ maledetto poi protagonista con lei di “È nata una stella”. Il tutto inserito in un contesto storico reale, tra riferimenti politici all’incipiente crollo di Nixon, alla crisi energetica che portò al razionamento della benzina, alle manovre dietro la campagna elettorale per il nuovo sindaco.
Bombardato di canzoni, da David Bowie ai Blood, Sweat & Tears, dai Doors a Paul McCartney, passando per Donovan e innumerevoli altri, “Licorice Pizza” è un film dalla struttura molto libera, semplice e incasinato, romantico e feroce, spiazzante e faticoso; nel senso che sfodera molti pregi e alcuni difetti del cinema di Anderson, qui filtrati da una sorta di affettuosa nostalgia per un periodo ben piantato in un certo immaginario californiano (io continuo a preferire il film d’esordio, “Sydney”, del 1996, costruito addosso all’anziano attore caratterista Philip Baker Hall).
Non sorprende che “Licorice Pizza” sia stato candidato a tre Oscar nelle categorie principali, cioè miglior film, miglior regista e migliore sceneggiatura originale, e sono sicuro che beccherà qualcosa di grosso. Certo, Anderson procede per ridondante affollamento creativo, in modo da far affiorare, nella concitazione programmatica di accadimenti spesso folli o paradossali, un sentimento amoroso inatteso, liberatorio, fresco. Ma quell’ultima scena al “ralenti” se la poteva risparmiare, trovo.

Michele Anselmi