L’angolo di Michele Anselmi
Mi viene in mente un solo aggettivo: incantevole. So di arrivare tardi, buon ultimo, ma è grazie alla segnalazione dell’amico Giovanni Spagnoletti se ho visto solo ieri sera su Netflix “Enola Holmes. Il caso del marchese scomparso”. Il film inglese risale al 2020, nasce dai romanzi di Nancy Springer, arguta scrittrice statunitense non solo per ragazzi, ed è una gioia per gli occhi oltre che per l’intelligenza, specie se lo vedete in inglese coi sottotitoli (doppiato perde molto).
Enola è un nome, anagramma di Alone, cioè “sola”; il cognome Holmes si riferisce proprio a quel mitico Holmes, cioè Sherlock, infatti la sedicenne in questione è la sorella minore del tormentato detective e dell’odioso fratello Mycroft.
Le variazioni sul tema, al cinema, sono infinite, a partire dal malinconico e bellissimo “Vita privata di Sherlock Holmes”, 1970, firmato da Billy Wilder. Ma il personaggio di Enola, inventato appunto dalla scrittrice nel 2006, ha una marcia in più rispetto ad altri epigoni, perché porta con sé il timbro di una modernità protofemminista. Enola, istruita dalla madre Eudoria alle arti marziali e alle lettere, alla scienza e alla libertà, è una specie di mina vagante, una zeppa nell’asfittico motore della società britannica di fine Ottocento (siamo infatti nel 1888), inamidata e classista. “Il destino è nelle nostre mani” teorizza l’indocile fanciulla, che volentieri si traveste da maschio, sebbene sia carina, a suo modo seduttiva.
Due casi, in realtà, s’intrecciano nel film: l’improvvisa scomparsa dalla decaduta magione della combattiva Eudoria (dov’è finita e cosa sta tramando insieme ad altre donne?); l’incontro casuale su un treno per Londra tra la preoccupata Enola e il quasi coetaneo Tewkesbury, marchese di Basilwether, che si ritrova inseguito da un killer in bombetta mentre stava per accedere alla Camera dei Lord per una cruciale votazione sul suffragio universale.
Il regista Harry Bradbeer e lo sceneggiatore Jack Thorne allestiscono un malizioso romanzo di formazione che gioca con tutti gli artifici del cinema. Enola, per dirne una, si rivolge direttamente agli spettatori, cercando conferme e complicità, all’interno di un racconto “giallo” in bilico tra figurine stereotipate, ritualità vittoriane, istanze libertarie e satira antiperbenista. Enola, insomma, come un’eroina ribelle/selvatica capace di saldare Ottocento e Novecento, un modello di giovane donna emancipata e tosta ancorché capace di innamorarsi (un po’).
Millie Bobby Brown è deliziosa, ma non leziosa, di una naturalezza recitativa che quasi spaventa per tempi, facce, gestualità; ma si vede che tutto il film, pensato per uscire in sala ma finito su Netflix causa pandemia, è stato girato in uno stato di grazia, valorizzando il nutrito nel quale primeggiano Henry Cavill (Sherlock), Sam Claflin (Mycroft), Louis Partridge (il giovane lord) e naturalmente Helena Bonham Carter (Eudoria).
Scopro ora che, da pochi giorni, Netflix sta proiettando anche il secondo capitolo della serie, intitolato “Enola Holmes 2”, con la stessa squadra di attori e autori. Sono curioso, spero di non restare deluso. E intanto stanno pensando a un terzo episodio: ma facciano in fretta, prima che l’attrice protagonista diventi troppo adulta (già oggi, nelle foto fuori set, sembra una donna).
PS. C’è un precetto mica male che Enola acquisisce da Sherlock: “A volte devi far penzolare i piedi nell’acqua se vuoi attirare gli squali”.
Michele Anselmi