L’angolo di Michele Anselmi

Gianni Di Gregorio, romano, classe 1949, fa un po’ sempre lo stesso film, nel senso che ogni volta mette in scena qualcosa di sé, alla maniera di Woody Allen. Possono cambiare i nomi ma è sempre il Professore, adesso in pensione e quindi pure un po’ avvilito, rassegnato. Dopo un applaudito passaggio alla Festa del cinema di Roma, “Astolfo” approda nelle sale giovedì 20 ottobre, targato Lucky Red (producono Angelo Barbagallo e la francese Le Pacte).

Se nel suo quarto lungometraggio, “Lontano lontano”, l’ultimo girato da Ennio Fantastichini, Di Gregorio immaginava di trasferirsi nelle Azzorre, naturalmente senza trovare la forza di farlo, in “Astolfo” è costretto dagli eventi a lasciare l’abitudinaria Roma, zona Trastevere-Mattatoio. “Quanto tempo ho?” fa alla padrona di casa che reclama l’appartamento per la figlia nubenda. Sicché il settantenne Astolfo, divorziato e senza figli, deve traslocare con urgenza, e l’unica soluzione gli appare l’immaginario paese di Torricella, da qualche parte nel centro Italia. Lì vissero i suoi avi, a partire dal Cinquecento, e lì l’ometto possiede ancora l’ala sinistra di un antico palazzo nobiliare, a ridosso della canonica. Ma in che condizioni sarà dopo tanti lustri?

Avrete capito. Alla guida della sua vecchia Panda bianca, con bagaglio leggero, il pensionato s’arrampica verso la cittadina turrita spalmata sulla collina e appena lo vedono un avventore del bar fa: “Ancora campa questo?”. Astolfo è frastornato, ma l’aria pura, il silenzio assoluto e la vista dall’alto gli piacciono. Non può immaginare, però, di trovare nel palazzo avito un povero cristo, lontano amico d’infanzia, tal Oreste, che abita lì clandestinamente da anni, con poca acqua e senza luce.

Scrive Di Gregorio sulle note di regia: “Sicuramente il lungo isolamento dovuto alla pandemia e un acciacco di salute hanno scatenato una reazione straordinaria e incontrollata, considerando il fatto che mi sono messo a parlare d’amore alla mia età”. Già l’amore. Perché, come si capisce dal manifesto, Astolfo non è insensibile al fascino femminile, pur avendo rinunciato a ogni smania di conquista. Si sente ridicolo. Quando, grazie al cugino sciupafemmine in “Duetto”, incontra Stefania, scatta il colpo di fulmine: solo che lei, vedova e nonna di tre ragazzini, oberata di impegni familiari e pure criticata dal figlio impiccione, sembra tentennare…

Dura poco più di 80 minuti “Astolfo”, la misura giusta. La storia è delicata e gentile, pure esile e prevedibile; come sempre a imporsi è lo sguardo tenero/remissivo del protagonista. Sin dai tempi di “Pranzo di ferragosto”, Di Gregorio “indossa” quelle borse sotto gli occhi, come di uomo che non si aspetta più granché dalla vita. Qui prova a incavolarsi col prete che gli ha murato l’ingresso a un salone, aggredisce il sindaco in Porsche Cayenne che non lo riceve mai, offre ospitalità permanente all’amico Oreste e al cuoco napoletano “Malagrotta”, ma in fondo non aspetta altro che Stefania risponda al suo tribolato “messaggino”.

Gianni Di Gregorio e Stefania Sandrelli sembrano divertirsi nel sedursi a vicenda, vincendo qualche finta riluttanza dopo aver rivisto “Pane, amore e fantasia”, insomma formano un’amabile cine-coppia in cerca di una seconda o terza chance; inclinano al bozzetto buffo gli altri attori della compagnia: da Alberto Testone ad Alfonso Santagata, da Gigio Morra ad Agnese Nano. In definitiva, una commedia per sessantenni e oltre, in fondo i soli che ormai vanno ancora al cinema.

Michele Anselmi