L’angolo di Michele Anselmi 

Ho fatto una scommessa con il mio amico edicolante, scettico sul richiamo popolare del secondo episodio di “Avatar”. Il nuovo film di James Cameron esce domani, mercoledì 14 dicembre, in circa 1.200 copie, non tutte in 3D. Secondo me giovedì mattina, cioè dopo un solo giorno di programmazione, “Avatar – La via dell’acqua” sarà già a 2 milioni di euro, per la gioia degli esercenti che vogliono solo quello a Natale. Se mi sbaglio pagherò un pranzo ad Antonio.
D’accordo, tutto si consuma, ma nel 2009 il primo “Avatar” totalizzò nel mondo quasi 3 miliardi di dollari, e lungamente i fan di quel film hanno atteso il seguito, in un primo momento previsto per il 2014. Cameron ha girato in Nuova Zelanda secondo e terzo capitolo della saga, l’uno di seguito all’altro, per risparmiare; e leggo che la 20th Century Studios, ovvero la Disney, ha stanziato circa un miliardo di dollari per i quattro seguiti previsti, milione più milione meno.
Capirete che, di fronte a questi investimenti, “Avatar – La via dell’acqua” è giù in buona misura sottratto al giudizio della critica; il film sarà comunque un successo planetario, indipendentemente dalle recensioni, perché è già percepito da tutti come un evento imperdibile, a partire dalla durata: tre ore e dieci minuti. Se ci fate caso, non è stato nemmeno necessario reclamizzarlo granché con manifesti giganti, locandine parapedonali e trailer televisivi; si sa che esce domani, il tam-tam è già all’opera da mesi.
Ciò detto, se mi chiedete “come t’è sembrato?”, rispondo che Cameron e i suoi sceneggiatori hanno fatto le cose in grande, anche di fino, insomma il film mantiene ciò che promette, in un fantasmagorico mix di tecnologia digitale e invenzioni visive. In fondo il regista di “The Abyss” e “Titanic” non fa che portare alle estreme conseguenze l’attrazione che prova nei confronti dell’acqua marina. Non a caso, tra le frasi a effetto che circolano nel film, c’è questa: “L’acqua connette tutte le cose, la vita alla morte, il buio alla luce”. Anche Cameron, come il più giovane collega Guillermo Del Toro, è affascinato dalla “forma dell’acqua”, nel senso di una ricerca estetica che sembra inglobare alcuni dei temi a lui più cari. Poi, s’intende, c’è tutto il resto in questo filmone di effetti speciali e affetti familiari che mira al pubblico più vasto possibile, proponendo diversi gradi di lettura: al colto e all’inclita, al cinquantenne e all’adolescente, al nostalgico e al curioso.
La trama ridotta all’osso. Siamo sempre sul verdeggiante pianeta Pandora, e popolato da smilze e altissime creature bluastre dai nasi camusi, gli occhi da gatto e le orecchie vistose: il popolo dei Na’Vi. Gli umanoidi Jake Sully e Neytiri formano ormai una coppia stabile, con cinque figli, quattro dei quali naturali, due maschi e due femmine, più il piccolo e umano Spider. Ma l’esistenza idilliaca non è destinata a durare. Una nuova stella nella notte annuncia guai: sono le astronavi terrestri della Rda, l’avida società che estraeva il prezioso unobtanium dalle viscere di Pandora, guidate dal redivivo Quaritch, ora con fattezze da guerriero Na’Vi. Il bellicoso cattivone vuole uccidere Jake, sicché alla famigliola, dopo un’insidiosa battaglia iniziale, non resta che cambiare aria: li accoglierà, all’inizio con riluttanza, la fiera tribù acquatica dei Metkayna governata dal capo Tonowau e dalla moglie Ronal. Na’vi e Metkayina si somigliano, ma con qualche differenza fisica non di poco conto: arti e code soprattutto. Sicché i nuovi venuti, pratici nelle foreste, dovranno imparare a muoversi sott’acqua e a surfare cavalcando strani cavalli marini.
Racchiuso tra due epiche sfide, la seconda delle quali dura quasi un’ora, “Avatar – La via dell’acqua” è una sorta di fantascientifica “cosmogonia” nella quale Cameron pigia suggestioni mistiche e mitologie eroiche, esoterismo e pacifismo, istinti primordiali e bellezza artistica, il Nostos che tormenta e il napalm usato in Vietnam dagli americani, la magia curatrice e l’armonia con la natura, la caccia alle balene (qui cetacei vagamente mostruosi ma buoni) e la scienza al servizio del più ricco. Cameron frulla bene il tutto, estraendo un messaggio “progressista” dalla saga avventurosa, particolarmente riuscita nella parte centrale, che è un po’ quella dell’apprendimento, dell’incontro-scontro tra simili.
Inutile cercare i volti veri degli attori sotto l’artificio tecnologico, ma ci sono ancora Sam Worthington e Zoe Saldana, Stephen Lang e Sigourney Weaver (lei si riconosce), mentre i due capi acquatici sono Cliff Curtis e Kate Winslet. Nel finale catastrofico, Cameron sembra citare il suo “Titanic”, ma nessuno suona, mentre la nave affonda, il gospel “Nearer, My God, To Thee”.

Michele Anselmi