L’angolo di Michele Anselmi

Rischia di arrivare fuori tempo massimo, essendo stati celebrati nel 2021 i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta, il nuovo film di Pupi Avati. Ma forse non è un male. L’83enne regista bolognese sostiene che l’omaggio recente è stato “troppo pompieristico e militante, poco affettuoso”, sicché il suo film si propone di “risarcire” Dante, “genio misterioso e ineffabile”, addirittura “di riavvicinarlo alle persone”, s’intende in una chiave meno istituzionale e mediatica. Riesce nell’impresa? Un po’ sì, un po’ no. Dipende da cosa ci si aspetta.
Nelle sale con Rai Cinema dal 29 settembre, coproduce la società dei due fratelli Avati, “Dante” corona un desiderio lungamente covato, se è vero che per quattro lustri il regista bolognese ha lavorato al progetto, non facile da mettere insieme. Alla base c’è un romanzo scritto dallo stesso Avati, “L’alta fantasia – Il viaggio di Boccaccio alla scoperta di Dante”, edito da Solferino e adattato per lo schermo, in modo da rispettarne lo spunto narrativo. Non una biografia classica del poeta fiorentino, bensì la sua travagliata esistenza ripercorsa attraverso gli occhi di Giovanni Boccaccio, sì l’autore del “Decamerone”, che di Dante fu studioso appassionato e fedele cultore.
Il film parte con la morte di Dante, nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321, a Ravenna, dove da anni il poeta vive in esilio, povero e misconosciuto. Quasi trent’anni dopo, nel settembre del 1350, il certaldese Boccaccio riceve un incarico inatteso dalla Compagnia di Orsanmichele: portare alla figlia di Dante, monaca nel convento ravennate di Santo Stefano degli Ulivi col nome di suor Beatrice, “una tasca di dieci fiorini d’oro, come risarcimento per le pene inflitte ingiustamente dalla città di Firenze al di lei genitore”.
Il neanche quarantenne Boccaccio soffre di scabbia, infatti le croste infette sono coperte da bende alle mani e alle caviglie; fa addirittura testamento prima di partire su un carro trainato da due cavalle, temendo di non tornare vivo. E intanto, alternate alle tappe del viaggio, sul filo dei racconti sussurrati dalla voce narrante di Stefano De Sando, cruciali esperienze di vita del piccolo e poi giovane Dante vengono ricostruite sullo schermo: le sensibilità di bambino, la follia della madre Gemma, l’incontro luminoso con Beatrice, la politica e i tradimenti, la guerra tra Guelfi e Ghibellini, il matrimonio infelice, l’amarezza della cacciata da Firenze dopo esser stato Priore, il tormento e l’estasi della scrittura…
“A tutti i Dantisti di ieri e di oggi” è dedicato questo film, molto arancione nella fotografia di Cesare Bastelli, assai meditato, anche se di succinta durata: appena un’ora e mezza. “Voglio convincermi che Dante, nel pervenire alla consapevolezza della sua superlativa immaginazione, abbia vissuto la sublimità” scrive Avati nel libro. Il film, giustamente, non lo mostra al lavoro mentre compone i versi della “Divina Commedia”, isola solo pochi frammenti poetici, tra i più noti, per stabilire un rapporto stretto tra la sventurata esistenza di Dante, la sua arte ancora in odore di eresia, e quel viaggio di riparazione/scoperta tanti anni dopo.
Più vicino a “Magnificat” che a “I cavalieri che fecero l’Impresa”, per restare in atmosfere medioevali, “Dante” sfodera momenti visionari e dettagli realistici, il sogno con una Beatrice nuda che divora un cuore e i soldati che si nettano il sedere nel ruscello dopo aver defecato, l’albero di mele selvatiche che smette di dare frutti nel convento dopo la morte del gran fiorentino e l’arroganza di papa Bonifacio VIII, infido e traditore.
Come sempre c’è troppa musica, spalmata anche dove non servirebbe affatto, tanto più alla luce di quanto sostiene Avati in merito alla forza sempiterna della parola poetica, di quella creatività giovanile, impetuosa e inesplicabile, a prima vista non iscritta nella vicenda familiare di Dante. Sergio Castellitto, nei panni di Boccaccio, dà vita a un personaggio dolente e pietoso, umilmente avviato sulle orme di un maestro considerato inarrivabile, e quasi si vorrebbe che, in questa sorta di cine-poema dell’evocazione, il viaggio verso Ravenna fosse più sviluppato, centrale, non solo la cornice che racchiude i flashback sulla vita del ventenne Dante incarnato da Alessandro Sperduti col nasone canonico, perso dietro gli occhi di una laconica Beatrice interpretata da Carlotta Gamba.
Tanti gli attori coinvolti, in guisa di partecipazioni amichevoli: da Alessandro Haber a Enrico Lo Verso, da Erika Blanc a Valeria D’Obici, da Milena Vukotic a Eliana Miglio, da Leopoldo Mastelloni a Mariano Rigillo, da Gianni Cavina a Paolo Graziosi (questi ultimi due scomparsi poco dopo le riprese).
Francamente non so prevedere, coi tempi che corrono, come “Dante” sarà accolto dal pubblico delle sale, sempre più striminzito e focalizzato su pochi titoli hollywoodiani. Forse sarebbe stato meglio organizzare attorno al film una prima serata su Raiuno, con contorno “dantesco” e contributi vari, magari Benigni.
PS. Avati mette una notevole cura nel ricreare gli ambienti, gli abiti, la lingua, perfino la puzza di questo Medioevo feroce, cencioso e alto allo stesso tempo. Proprio per questo stonano un po’ nasi rifatti, labbra a canotto e tette inesistenti in natura.

Michele Anselmi