L’angolo di Michele Anselmi

Magari è un po’ difficile credere che un ‘ndranghetista di Gioia Tauro, in attesa di passare indenne attraverso un posto di blocco dei carabinieri, disquisisca sullo stile pittorico di Raffaello Sanzio, anche con annotazioni sensate, ma forse attribuendo al grande urbinate un ritratto del Duca di Montefeltro dipinto invece da Piero Della Francesca. Sarà un errore voluto? In ogni caso il giovane regista italo-americano Jonas Carpignano torna nei suoi prediletti luoghi calabresi per completare con “A Chiara” un ideale trittico cominciato con “Mediterranea” e proseguito con “A Ciambra”.
Il film, dopo un applaudito passaggio alla francese Quinzaine des réalisateurs, arriva nelle sale giovedì 7 ottobre con Lucky Red. E gli estimatori di Carpignano vi ritroveranno quello stile essenziale, quasi di piglio documentaristico ma in realtà assai meditato, senza orpelli, con pochissima musica, fotografia a luce naturale, cinepresa mobile sempre sulla nuca dei personaggi e attori non professionisti, presi dalla strada.
La Chiara del titolo di cognome fa Guerrasio: è una quindicenne piuttosto carina, dall’incedere imperioso e dal tono nervoso. Vive con mamma, papà e due sorelle in un quartiere medio-borghese di Gioia Tauro; non le manca nulla, passa molte ore in palestra ed è convinta che sua padre Claudio sia l’uomo più buono del mondo. Ma dopo la chiassosa festa per i 18 anni della sorella Giulia succede qualcosa di strano: l’automobile di famiglia viene incendiata, il genitore fugge nottetempo saltando sul tetto, e poco dopo Chiara trova in casa un passaggio segreto che porta a un bunker sotterraneo attrezzato per viverci settimane.
Insomma, avrete capito: l’agio della famiglia Guerrasio proviene da attività illecite legate alla ‘ndrangheta, ramo droga e smercio, solo che nessuno in famiglia vuole dire alla ragazza, sempre più stressata e inquieta, come stanno davvero le cose.
“A Chiara” è un film su come un certo ambiente malavitoso, ancorché dissimulato con furbizia, possa plasmare crescita e psicologia di un’adolescente. Nei suoi gesti, ancor prima di scoprire la verità sul “mestiere” del padre, detto “U Picciu”, la ragazza si comporta da capobranco, quasi avendo introiettato quell’influenza sul territorio, fosse pure una piccola porzione di lungomare. Solo che, nello svilupparsi degli eventi, Chiara dovrà fare una scelta cruciale: uniformarsi ai modelli mafiosi e accettarne le logiche o accettare di trasferirsi a Urbino (ecco Raffaello) per rifarsi una vita lontana dai suoi?
“Quella che gli altri chiamano mafia per noi è sopravvivenza” fa dire il regista al padre di Chiara, all’apparenza timido e affettuoso, ma dedito a “tagliare” chili di droga anche da ricercato nascosto sotto terra. Mi pare una battuta infelice, e non è la sola. Direi che il film, tra affondi realistici, digressioni antropologiche e qualche sospensione allucinata, fatichi a carburare. Perché accada qualcosa bisogna superare la prima mezz’ora, tutta costruita sulla descrizione minuziosa della festa di compleanno: selfie, “Tuca Tuca”, coloriture kitsch e riti della modernità urbana (una seconda festa di compleanno, ben diversa, chiuderà il film).
Nel ruolo di Chiara, l’esordiente Swamy Rotolo attraversa la vicenda con presenza fiera e sguardo imperscrutabile, forse sorretta dal resto della sua vera famiglia, ci sono altri quattro Rotolo sul set. A un certo punto arriva pure l’omaggio a “La Ciambra”, il film precedente, con l’apparizione del cresciuto protagonista Pio Amato. Spira un’aria da capolavoro indiscutibile su “A Chiara”; a me non pare tale, ma non vorrei rovinare la festa. Chiunque andrà a vederlo saprà giudicare.

Michele Anselmi