Ieri sera ho rivisto, dopo tanti anni, “Il cavaliere pallido” di e con Clint Eastwood (lo danno su Sky, all’interno del cofanetto sul western purtroppo inzeppato di film italiani). Sulla piattaforma puoi vederlo in inglese con i sottotitoli, ed è tutto un’altra cosa. Infatti m’è piaciuto più delle volte passate. Era il 1985: Eastwood, ormai per fortuna affrancatosi dai film con Sergio Leone, anche se nel sottofinale c’è un omaggio affettuoso a “Per un pugno di dollari”, incarna un misterioso e laconico “pale rider” che dice di essere un “preacher”, un predicatore.
Cappello rigido nero, cappotto doppiopetto color vinaccia, collarino bianco da prete, arriva in un remoto posto di montagna e decide di dare una mano a una piccola comunità di cercatori d’oro minacciata da un bieco speculatore che usa getti di acqua compressa per devastare la terra (un elemento proto-ecologista). S’intende che alla fine lo straniero dovrà ritirare fuori la pistola sepolta, anzi due, per affrontare l feroce “marshal” coi baffi venuto da fuori insieme ai suoi sei aiutanti, tutti abbigliati con eleganti spolverini. Uno scontro già iscritto nel destino.
La visione del film, in una copia ottima, mi ha fatto tornare alla mente un episodio buffo. All’epoca, appunto nel 1985, andai a vederlo al romano cinema Cola di Rienzo, che ora non esiste più. Eravamo pochi in sala quella sera, il western già non tirava più. Uscendo dalla proiezione mi accorsi che subito sopra la biglietteria, scritto a mano col pennarello su un foglio di carta, si poteva leggere: “Avviso agli spettatori, il film è scuro di suo”. Vero, il direttore della fotografia Bruce Surtees aveva concepito un pannello cromatico invernale, a luce naturale, senza filtri e abbellimenti. Ma forse, quella volta, fu colpa della copia già usurata o più probabilmente del vecchio proiettore. Pochi anni dopo il cinema avrebbe chiuso i battenti.

Michele Anselmi