L’angolo di Michele Anselmi 
La verità? Temevo il peggio. Su Netflix, dal 3 luglio, c’è “Un piedipiatti a Beverly Hills – Axel F”, e vedendo la locandina ho subito pensato che Eddie Murphy sarebbe apparso un po’ ridicolo, alla sua età, nei panni del celebre poliziotto di Detroit sempre in trasferta a Los Angeles. Invece no. il ripescaggio è più che godibile. Quando Martin Brest inaugurò la serie, nel 1984, l’attore nero aveva 23 anni, era magro e scattante, oltre che possessore di un’impagabile risata, e fu tale, più o meno, anche nei seguiti del 1987 e del 1994. Trent’anni dopo quell’ultimo episodio, dopo vari tentativi finiti male, il mitico produttore Jerry Bruckheimer, d’intesa con la società di Murphy, ha deciso che valeva la pena di riprovarci.
Diretto dall’esordiente australiano Mark Molloy, il film gioca ovviamente con i richiami nostalgici e le strizzatine d’occhio, provando a tenere insieme il pubblico di allora e i nuovi spettatori delle piattaforme digitali. Il risultato è apprezzabile, nel senso che la spigliata commedia d’azione non fa tristezza e anzi spesso diverte.
S’immagina che Axel Foley, dopo aver combinato uno dei suoi sfracelli a Detroit con devastazioni varie, debba di nuovo volare a Los Angeles: la figlia Jane, avvocata che ha assunto la difesa di un poveraccio messicano forse “incastrato”, ha rischiato di morire per mano di loschi figuri mascherati, e ora lo sbirro con baffetti, jeans e immancabile giubbotto bicolore vuole capire che cosa sta succedendo davvero. Padre e figlia praticamente non si conoscono, e anzi Jane, che ha pure cambiato cognome in Saunders, vorrebbe che Axel si togliesse subito dalle scatole, ma non è aria visto ciò che c’è sotto.
Ci sono battute sul cinema poliziesco, su Wesley Snipes, sull’ora della pensione, sul rallentare il ritmo, in modo da inquadrare il seguito attuale in una dimensione autoironica; poi, però, arrivano anche le sparatorie, gli inseguimenti, i camuffamenti e le rodomontate classiche. Il tutto dentro un a voluta estetica anni Ottanta.
Chi ricorda i primi episodi riconoscerà, invecchiati, gli attori fissi della serie: John Ashton che fa il brontolone Taggart, Paul Reiser il comprensivo collega Friedman, Judge Reinhold il sovraeccitato Billy Rosewood, Bronson Pichot l’isterico Serge; mentre tra i nuovi ci sono Taylour Paige, Joseph Gordon-Levitt e Kevin Bacon, rispettivamente nei ruoli dell’audace/sexy Jane, dell’intrepido detective Abbott e del luciferino/ambiguo Grant, troppo ben acchittato per essere un semplice capitano del Dipartimento.
Scandite dal vecchio leit-motiv musicale, le nuove gesta del sessantenne Axel Foley non contemplano il sesso (stavolta lui non si porta nessuna a letto ed è sempre molto vestito forse per nascondere la pancetta), a vantaggio di uno sguardo tra malizioso e antropologico sulla nuova fauna facoltosa di Rodeo Drive. Magari il film è troppo lungo, quasi due ore, e le fragorose scene d’azione, a parte una curiosa in elicottero, sembrano venire da un cinema d’altri tempi; sinceramente preferisco i duetti, le battute, gli sfottò reciproci e le grane di famiglia. Previsto un quinto episodio.
PS. Dopo la morte del doppiatore storico Tonino Accolla, Eddie Murphy parla con una voce diversa. Consiglio in ogni caso di mettere la versione originale coi sottotitoli: suona molto meglio.
Michele Anselmi