L’angolo di Michele Anselmi

“Il dio di Hollywood esigeva elefanti bianchi e gli furono dati” scrive Kenneth Anger nel primo capitolo del suo “Hollywood Babilonia”, intitolato “L’alba del peccato”. Erano otto mastodonti di gesso, in piedi sue due enormi piedistalli; sovrastavano l’immensa Babilonia di cartapesta costruita ai margini della vecchia pista polverosa chiamata Sunset Boulevard, nel 1916. Il costosissimo “Intolerance” da David Wark Griffith fu un clamoroso insuccesso.
C’è un elefante, non bianco, anche in “Babylon”, titolo non scelto a caso, l’atteso kolossal di Damien Chazelle che esce giovedì 19 gennaio con Eagle Pictures in centinaia di copie. Uno dei film più attesi dell’anno: per l’aura un po’ maledetta che lo avvolge; per la lunghezza da “evento”, quasi 190 minuti; per il cast di richiamo, a partire da Brad Pitt e Margot Robbie. Il povero elefante non è di cartapesta, però, e non è bianco: viene fatto salire su un vecchio furgone scoperto, per essere trasportato in cima a una collina, dove c’è la reggia di un magnate del cinema che sta per dare una festa più simile a una colossale orgia, e gli effetti saranno devastanti per chi sta dietro l’enorme animale: una torrenziale scarica di merda.
“Babylon” è costato circa 80 milioni di dollari, al 9 gennaio, negli Stati Uniti, ne aveva incassi meno di 14, magari è tutta colpa di “Avatar” 2, o forse no. Trattasi di film esagerato, nell’incipit appunto, pure nella lunghezza, nella frenesia collettiva, nel gusto cinico e grottesco, e quindi ha ragione Pitt quando dice nelle interviste che “o lo si ama o lo si odia”.
Io mi situo nel mezzo: penso che il regista di “La La Land” abbia un gran talento non solo visivo, ma “Babylon” gli è un po’ sfuggito di mano, come spesso accade a chi fa i film sulla Hollywood che fu. Così “lussuosa e lussuriosa, gloriosa e ridicola, avida e splendida, viziosa e candida, per metà buffonata ma per metà leggenda” (dai versi di Don Blending).
Si parte dal 1926 e si arriva più o meno al 1934, con un salto in avanti che porta l’azione, in sottofinale, al 1952, l’anno in cui esce nelle sale americane “Cantando sotto la pioggia” di Stanley Donen: un titolo chiave per Chazelle, una cerniera tra passato e presente, un’evidente fonte d’ispirazione forse la scrittura del copione, per la serie: tutto è già stato vissuto, visto, narrato.
Essendo un crudo affresco della suddetta Hollywood colta nel passaggio tra il muto e il sonoro (“Il cantante di jazz” con Al Jolson è del 1927), “Babylon” scarta subito la dimensione nostalgica imponendo allo spettatore un frastornante/estenuante baccanale a base di sesso, alcol, droghe, balletti, amplessi e pose sconce. In quel clima dionisiaco si ritrovano i cinque personaggi centrali della vicenda, i cui destini sono destinati a intrecciarsi nel corso degli eventi: il divo strapagato Jack Conrad, l’aspirante star Nellie LaRoy, il factotum messicano Manny Torres, il trombettista jazz nero Sidney Palmer, la sofisticata scrittrice di gossip Elinor St. John. Tutti lavorano per la Kinoscope, aggressivo Studio alle prese con giganti come Mgm, Paramount e Warner.
Giustamente Chazelle fa solo sfiorare i corpi di Jack e Nellie, non scatterà nessuna scintilla erotica tra i due, preferendo il film seguire, anno dopo anno, con tanto di cartelli, il successo e la caduta di quei personaggi fortemente emblematici di una certa Hollywood magica e tragica. Per diretta ammissione del regista, Conrad e LaRoy, sia pure sotto falso nome, evocano le figure di John Gilbert e Clara Bow, i loro guai con l’alcol, la droga, il gioco, pure l’incapacità di adattarsi alle nuove tecniche del sonoro. In questo “Babylon” è quasi filologico nella ricostruzione: si vede Nellie che fa saltare le valvole mentre gira “L’allegra brigata” (accadde davvero alla Bow), si vede Jack che sussurra “Ti amo, ti amo, ti amo” in “Ladro d’amore” provocando umilianti risate in platea (accade davvero a Gilbert). Tutto il film è ricolmo di riferimenti a quel mondo: ecco Irving Thalberg, ecco Jack Warner, ecco William Randolph Hearst e Marion Davies, ecco una specie di “Fatty” Arbuckle che si fa pisciare addosso da una fanciulla che poi sviene per la cocaina sniffata, ecco “Il Conte” che riforniva tutti di droga e affini, e naturalmente si parla della prestanza sessuale di Charlie Chaplin e Gary Cooper, eccetera.
Nonostante i fantasiosi piani sequenza e le folli riprese nel deserto, il film parte dopo un’oretta e passa, prima si è solo storditi dall’accumulo, anche subliminale, di immagini, visioni, sensazioni. Poi, per fortuna, Chazelle comincia a “lavorare” sui personaggi, a isolare i contesti, e vengono fuori almeno tre scene che lasciano il segno: l’indocile Nellie che morde il freno fino ad esplodere letteralmente dopo l’esame di cultura al quale viene sottoposto dalla mortuaria società che conta; l’avvilito Jake che capisce di essere “al capolinea, tutto qui ” nel confronto amichevole con la saggia Elinor; l’immersione di Torres e il suo amico nel “bunker”, un antro delle perversioni, quasi da “snuff movies”, gestito da un minaccioso boss criminale.
Vedendo “Babylon” ho avuto l’impressione che Chazelle abbia fatto confluire nel suo modo di raccontare, certo barocco e colorito, echi di film come “Hollywoodland” di Allen Coulter, “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese, “Il grande Gatsby” di Baz Luhrmann, “Ave, Cesare!” dei fratelli Coen. Dubito invece che abbia mai visto, un po’ sullo stesso tema, “Good Morning Babilonia” dei fratelli Taviani, 1987.
Gli attori stanno al gioco, molto intonandosi alle atmosfere viziose e gasate, da ultimi fuochi prima della fine: da Margot Robbie a Brad Pitt che incarnano Nellie e Jack, da Diego Calva a Jovan Adepo, che fanno il messicano buono e il trombettista jazz, con una menzione speciale per Jean Smart, una finissima Elinor (nella realtà Elinor Glyn).
All’uscita della proiezione stampa aperta al mondo del cinema italiano, ci si è un po’ confrontati tra colleghi sull’epilogo altamente simbolico, un po’ in stile “2001: Odissea nello spazio”. Una mitragliata di inquadrature da film celeberrimi, di ieri e di oggi, mentre una fitta coltre nera e rossa, inchiostro e sangue, copre lo schermo. A suggerire la morte del cinema in sala o la sua perenne rinascita?

Michele Anselmi