Nella fabbrica del sidro, le mele marce vengono separate da quelle buone, in due differenti rulli trasportatori. Non si incontreranno mai più: è una condizione necessaria per ottenere un prodotto dallo standard di qualità adeguato. E se un tale ragionamento potesse essere applicato anche alle persone, ed alla società in cui vivono? Si interroga su questo tema “Bad Apples” di Jonatan Etzler, in sala dal 10 settembre. La protagonista della storia è Maria Spencer (Saoirse Ronan), maestra elementare dal carattere poco assertivo, che fatica a mantenere l’ordine nella sua classe di studenti. Soprattutto, un bambino le dà particolari problemi, e non le permette di lavorare serenamente: Danny (Eddie Waller), non fa altro se non lanciare oggetti, urlare parolacce ed essere violento con i propri compagni. Un caso ben noto ai dirigenti scolastici, che vogliono sia lei ad occuparsene senza ulteriori aiuti, pena il suo licenziamento. Una sera, Maria s’imbatte nel bambino fuori dalla scuola, mentre è in preda ad un furioso attacco di rabbia. Tenta di fermarlo ma, spaventata che possa farle del male, trova una soluzione disperata al problema: portarlo in casa propria e chiuderlo a chiave nel seminterrato. Da lì non uscirà immediatamente, ma vi rimarrà per giorni interi. Alcuni elementi di questa trama fanno pensare ad una commedia nera, ma l’atmosfera ed il ritmo sono più quelli di un thriller. La fotografia è fredda e cupa, la colonna sonora grave ed incalzante. Danny è spaventoso nel suo essere completamente fuori controllo. Nonostante la sua condannabile decisione, Maria è di buon cuore, e vuole davvero aiutare il bambino a stare meglio. Lui, pian piano, si ammansisce, ed emergono le sue fragilità e difficoltà. Il mondo esterno, però, è di un altro tenore. C’è, senza dubbio, chi è preoccupato per la sua scomparsa, ma tutti sembrano stare meglio senza di lui. In un clima più sereno, dipinto ora con colori caldi e luminosi, la stessa Maria acquista sicurezza nelle sue capacità di insegnare, e gli altri alunni, non più sotto continua minaccia, migliorano i propri risultati scolastici. Con fare schietto e cinico, la pellicola riflette su come vengano trattati, all’interno della società, gli individui devianti, quelle “mele marce” più facili da estirpare dall’albero che da curare. Danny, un caso palese di disagio giovanile, viene messo in contrasto con una sua compagna, Pauline (Nia Brown), a prima vista innocente ma con un lato oscuro. Se il primo inizia con il tempo a suscitare empatia, la seconda appare sempre più marcia, ma, in grado di salvare le apparenze, non rischia lo stesso ostracismo. Non è facile attribuire la colpa ad un solo fattore, come quello famigliare, anche perché il padre di Danny appare come una persona migliore rispetto a quello di Pauline. Si tratta più di un insieme di concause, in particolare la stigmatizzazione, la mancanza di prevenzione e sostegno, e a poco serve l’esempio positivo del singolo se il resto del gruppo vi si mette contro. Certo, la società può anche allontanare da sé il problema, ma non può eliminarlo per sempre. Questo, è molto probabile, troverà il modo di riemergere in futuro, portando con sé gravi conseguenze.
Martina Genovese