La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 18
«Commerciale!». È uno dei pareri critici che ho ascoltato uscendo dalla proiezione per la stampa di “Bunker”, il bel film di Florian Zeller oggi in concorso alla Mostra. Ma che significa? Nulla. Non per forza bisogna prendere in gara solo film considerati difficili o faticosi, “artistici”: dipende dalla mano del regista, dalla forza dello stile e della storia. E il francese Zeller, che si fece conoscere con il malinconico “The Father”, fa benissimo a cercare il grande pubblico internazionale (uscirà in Italia con Notorious).
Girato in inglese e spagnolo, il film prende il titolo da un supertecnologico rifugio, appunto un bunker, che un giovane magnate americano della comunicazione vuole farsi costruire alle isole Hawaii, nel caso tutto tracollasse (conflitto nucleare, meteoriti, inondazioni). La scelta cade sull’archistar madrileno Miguel Moreno, che vive a Londra con la moglie Sofia, impiegata di alto rango in una casa editrice, e le due figlie. La coppia, dopo oltre tre lustri di matrimonio, sembra unita da un amore inossidabile, come sentiamo nell’arguto prologo al ristorante; eppure qualche incrinatura lambisce i due, specie dopo che Miguel si rende disponibile, la cifra in ballo è pazzesca, a congegnare quel bunker pensato come una sorta di faraonica piramide rovesciata e infissa nel terreno per metri e metri.
Scrive il regista, ricordando che l’idea viene da un articolo di giornale: «Mi è parso un paradosso folgorante. L’uomo che aveva edificato la propria fortuna sull’idea di connettere le persone si stava preparando all’isolamento. Non stiamo forse tutti, in qualche modo, andando alla deriva come isole?».
Pensato e costruito addosso a Javier Bardem e Penélope Cruz, il film dura più di due ore, ma scorre via veloce, intrecciando temi come la paura del futuro, le minacce ecologiche, il divario sociale e l’individualismo sfrenato con i dilemmi di una coppia in crisi che lotta con sé stessa.
Il senso del racconto ad alto tasso metaforico, pure politico, è timbrato da una frase di speranza che dirà Miguel in sottofinale: «Preferisco aprire finestre invece di scavare buchi». Ma intanto, in un crescendo di tensioni e sospetti, di tentazioni e gelosie, abbiamo scoperto le contraddizioni della coppia progressista, anche il pregiudizio covato nei confronti di un vicino, un proletario al quale serve di aprire una piccola finestra abusiva per dare luce a un angusto locale (lo spunto è offerto da un film argentino del 2009, “El hombre de al lado”, di Mariano Cohn e Gastón Duprat).
Forse riecheggia qualcosa di “The Square” di Ruben Östlund, anche se Zeller, nella vita pure romanziere e drammaturgo, molto punta sui dialoghi serrati da “spogliarello morale”, uno dei quali – il confronto impietoso tra i due coniugi a un passo dal disamore e dalla rottura – offre a Bardem e Cruz, coppia anche nella vita, l’occasione per una performance di notevole intensità, per tempi, sostanza, intonazione. Tutto andrà perso nel doppiaggio italiano. Mica male anche gli interventi di Stephen Graham e Paul Dano, nei ruoli del vicino povero e del magnate americano.
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Alla sua terza regia, l’attore Casey Affleck, fratello minore di Ben, ha portato in concorso alla Mostra una storia in chiave “scatole cinesi”, con tre vicende l’una racchiusa nell’altra. “Company” è un film da festival che più non si può: ermetico, suggestivo, anche parecchio divagante, volentieri verboso. Mi auguro che nessuno, nello scriverne, riveli la sorpresa finale che rovescia la prospettiva e chiarisce il cuore nero (o rosso sangue?) della vicenda. Aperta e chiusa da una fantastica canzone di Bob Dylan del 1975, quel “Shelter From the Storm” il cui ritornello recita, non a caso: «”Come in” / she said. / “I’ll give you / shelter from the storm”», ovvero «”Entra” disse. “Ti riparerò dalla tempesta”».
Fuor di metafora. Una giovane donna col cappello nero, dice di chiamarsi Evelyn, si presenta, fradicia di pioggia, a una festa di ricchi borghesi sotto Natale. Non è stata invitata, ma subito finisce al centro dell’attenzione per come racconta una storia agli astanti. Risale al 1953, quando il vecchio e malandato Tom, un solitario col barbone, accolse nella piccola baracca di campagna una giovane attrice rimasta bloccata nella neve dopo essere scivolata in una scarpata. La donna, rianimatasi al calore del camino, a sua volta rievoca all’anziano incuriosito un’altra storia, più antica, accaduta a fine Ottocento: quando un giovanotto dallo sguardo ambiguo e dalla parlantina facile fu accolto da una coppia di pacifici contadini e cominciò a parlare di una serie di efferati e inspiegabili omicidi avvenuti da quelle parti.
«Per me raccontare storie non significa inventare qualcosa, bensì scoprirlo» spiega Affleck. Suona bene, ma il film volentieri s’incarta nella fosca suggestione evocata, sui temi della vendetta, dell’ospitalità e del ricongiungimento. Gli attori, funzionali al clima generale, non sono particolarmente noti, con l’eccezione di Nick Nolte che fa di Tommy un eremita suo malgrado: triste, solitario y final.
Michele Anselmi