Su Sky Atlantic, dal 12 aprile, il lunedì della seconda serata è dedicato a “Barry”, la bizzarra ma al tempo stesso raffinata dark comedy americana che ha visto la luce nel 2018, e che è stata rinnovata per una seconda stagione l’anno successivo. Il titolo fa riferimento al nome del protagonista, Barry Berkman, scelta che innesca in noi una sensazione di familiarità e intimità col personaggio, come se Barry fosse un nostro caro e vecchio amico. Ci ritroviamo però spiazzati dato che abbiamo stretto amicizia con un killer di professione: Barry è in realtà un freddo sicario che uccide civili in cambio di soldi.

La sua prossima vittima lo attende in California. Al centro del mirino, Ryan, personal trainer e aspirante attore, colpevole di essere stato amante della moglie di un esponente della terribile – quanto grottesca – mafia cecena. Ryan sarà l’anello di congiunzione di due mondi agli antipodi, quello del crimine e l’universo teatrale. Il palco diventa per Barry il luogo in cui poter recitare un nuovo sé, lontano dal suo passato e distante dai crimini che commette. Inizialmente il protagonista prova a rivelare la sua vera natura, le sue confessioni vengono però scambiate per convincenti prove attoriali – doti che invece è ben lontano dall’avere. Grazie a questo malinteso, Barry viene accolto con entusiasmo nella piccola e dimessa scuola di recitazione, sentendosi per la prima volta parte di un gruppo e accettato, seppur nella finzione.

Il connubio crimine-teatro fa già sorridere per la sua assurdità, che viene portata ancora più all’estremo dalle personalità esilaranti che ruotano attorno al protagonista. C’è Gene Cousineau, eccentrico insegnante di teatro (interpretato da Henry Winkler), convinto fermamente dei propri metodi di insegnamento decisamente alternativi. C’è Monroe Fuches (Stephen Root), la spalla del Barry-sicario, che divide con lui i suoi proventi senza fare assolutamente nulla, ma che è per lui una figura quasi paterna. Ci sono poi Sally Reed, la ragazza di cui Barry si innamora, NoHo Hank, la detective Moss e gli alunni della scuola, tutti con qualcosa in comune: il fatto di essere estremamente bizzarri.

Come si intuisce, tutto in “Barry” è grottesco, folle, tragicomico, quasi paradossale. Ma questa serie non è solo la strampalata storia di un serial killer che vuole fare l’attore. È la messa in scena della fatica del protagonista nel tentativo svestire panni che non vuole più indossare, ma panni che sarà impossibile levarsi di dosso. Proprio per questo, Barry è in realtà una serie che rivela un personaggio complesso, complessità che si rivela appieno nel non essere, nonostante tutto, un elemento negativo. Ci affezioniamo a lui e alle sue contraddizioni, come se Bill Hader, che lo crea e interpreta, fosse riuscito a stemperare l’atrocità degli omicidi che compie tra una risata e l’altra, ma anche presentandoci un uomo che soffre nel tentativo di essere quello che non è e che, forse, non sarà mai.

Chiara Fedeli