Editoriale HIGHLIGHTS

Basta fatwa. Cinema e fiction, puristi contro meticci

Non esistono solo gli sbarchi e le ire di Salvini. Per fortuna il mondo continua e anche il tempo libero. Avete presente il romanzo di Michel Houellebecq Sottomissione? L’autore, alla vigilia di una nuova contesa elettorale in Francia paventa l’arrivo dei nuovi barbari, i musulmani, che, così scrive, spazzeranno via le nostre tradizioni a vantaggio delle loro. Il protagonista si spaventa a tal punto da scappare in campagna, temendo l’avanzata da Parigi. Vengono in mente queste pagine leggendo della guerra divampata in America tra chi produce per il cinema e chi per le piattaforme digitali. Chiamerei puristi i primi e meticci i secondi. Se vincono i puristi molti dovranno riparare in campagna.

Nel mondo del visivo si è scatenata una diatriba tra combattenti opposti. Spiace che i nostri cronisti appaiano latitanti, forse non avendo capito l’entità dei fatti. Il Festival di Cannes, dichiaratamente purista, ha sinora rifiutato i film prodotti per il digitale, mentre la meticcia Venezia li ha accolti, facendo addirittura vincere il Leone d’oro a un film finanziato da Netflix e spianandogli la strada verso l’Oscar. È il caso di Roma, diretto da Alfonso Cuaron. La stessa contesa investe gli autori, tra schierati in favore dei film da vedere prima di tutto in sala e altri disposti a realizzarli per il digitale, per il web e la tv. Martin Scorsese, Woody Allen, David Lynch, per fare solo qualche nome illustre, hanno dichiarato che il loro è cinema, anche quando non va in sala.

Tra piccolo e grande schermo non fanno distinzione e neppure in relazione alla durata del prodotto. Accanto a loro in questi giorni si è schierato il nostro Paolo Sorrentino, che ritiene il suo The Young Pope puro cinema, anche se a puntate. Quanto ad altri autori italiani al momento tutto tace, si sa che la calura tende ad assopire. E il pubblico che ne pensa? Gli adolescenti al cinema non vanno quasi più, se non quando esce un blockbuster made in Usa. Gli anziani resistono al fascino del grande schermo, ma sono ormai una netta minoranza, simile a quei Vietcong che ancora combattevano quando la guerra con gli americani era già finita. Insomma il mare cinematografico è in burrasca e al momento nessuno è in grado di prevedere se si calmerà. Sarebbe più saggio fare i conti con la realtà. Il cinema non è più quello di una volta. Ha cambiato pelle, destinazione, modalità di fruizione e consumo. In Italia, forse ancora più che in America, le statistiche parlano chiaro. I giovani disertano le sale e hanno più che mai in disprezzo il cinema italiano, che salvo rare eccezioni ritengono tedioso, elitario e pseudo-autoriale. Da tempo sono passati al web, dove scaricano le serie americane, inorriditi da quanto producono Rai Fiction e Mediaset, a partire dall’infinita serialità di Don Matteo o dalle mediocri produzioni della tv commerciale. Consiglio di consultare Theme, un interessante rapporto sul mercato mondiale predisposto dalla Mppa, l’associazione americana del cinema e dell’entertainment, citato qualche giorno fa con grande tempismo proprio da Nicola Bolzi sul Fatto.

Aggiungo nuovi dati impressionanti: mentre il prodotto puramente cinematografico batte in ritirata, le serie prodotte per il web e per le piattaforme sono più che raddoppiate, salendo a poche misure da quota 500 l’anno. Ecco spiegato perché anche il mondo Internet, da Amazon a Apple, si avvia a diventarne il primo produttore. Cari amici cinefili drizzate le antenne, è arrivato il tempo di cambiare pelle anche per voi, a meno che non vogliate diventare i vietcong del cinema puro e continuare a combattere da soli. Ma attenzione a non schiantarvi contro i mulini a vento, come è accaduto a Don Chisciotte. Resta che c’è un gran lavoro da fare per comprendere il nuovo che avanza. Basta scegliere la strada se pur faticosa della ricerca e abbandonare il vicolo delle fatwa e dei pregiudizi.

Roberto Faenza

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