I ‘bastardi’ del nuovo film di Gabriele Albanesi non sono quelli senza gloria tarantiniani, ma come loro sono mossi da un unico movente: la profonda sete di vendetta. Sono dei “Bastardi a mano armata” che tra una sparatoria e l’altra attuano le loro mattanze in un concentrato di violenza e di sangue che da tempo non si vedeva nel cinema nostrano. I bastardi sono uomini – ma anche donne – che non hanno nulla da perdere e uccidono senza sconti e senza pietà chiunque si interponga fra loro e il loro obiettivo. Il film è presente nel catalogo Amazon Prime Video dall’11 febbraio.

In una elegante villa moderna, una famiglia, mamma (Maria Fernanda Candido), papà (Peppino Mazzotta) e la figlia Fiore (Amanda Campana), conducono una vita apparentemente tranquilla. In Algeria, un condannato a morte, Sergio (Marco Bocci), riceve la visita di uno sconosciuto che gli propone la libertà in cambio di un lavoro sporco. Sergio, prossimo alla morte, accetta a scatola chiusa: ma il suo unico desiderio è di sopravvivere per potersi occupare della figlia Giulia di otto anni, rimasta da poco orfana di madre. Inizialmente l’uomo ha una sola indicazione: recarsi nei pressi della villa. Ma una volta sul posto Sergio si rende conto che la casa è abitata, e che dovrà tenere in ostaggio la famiglia per completare il lavoro che lo renderà libero.

La trama, inizialmente semplice, si sviluppa via via in modo più articolato. L’ingresso in campo di una nuova figura (Fortunato Cerlino), rimastaci sconosciuta fino ad oltre metà film, è inaspettato dagli stessi protagonisti e sconvolgerà le sorti dei personaggi. Il già precario equilibrio tra i quattro si frantuma del tutto, rottura segnata dall’esplosione di sparatorie e spargimenti di sangue. È qui che alla narrazione subentrerà l’azione violenta, vera protagonista di questo thriller. In alcuni momenti la spettacolarizzazione è spinta tanto all’estremo da ricordare una caricatura parodistica – basti pensare all’irruzione nella scena del cattivo di turno che avanza materializzandosi tra il fumo della polvere da sparo, o alla moto che irrompe nel salotto, sfondando una grande vetrata.

L’azione spinta sopra le righe porta il film a perdere di sostanza in alcuni momenti, lasciando dei vuoti narrativi che pesano alla trama. La seconda parte e l’epilogo perdono di fluidità rispetto alla parte iniziale, risultandone quasi slegati, nonostante la presenza di espedienti narratologici inseriti per spiegare come ognuno dei personaggi si trovi esattamente dov’è. Da un punto di vista logico, quindi, non ci sono interferenze, tutto (o quasi) è spiegato, eppure lo spettatore ha una sensazione di smarrimento. L’ingresso teatrale dell’ultimo personaggio, infine, il modo fisico con cui esso si presenta al pubblico, lo fa apparire come un gioco metacinematografico che questo film decide di fare con il pubblico, e con il cinema stesso.

Chiara Fedeli