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“Batman secondo Nolan”. Nel nuovo saggio Shatter l’ombra di Jung si staglia sulla fortunata trilogia

In libreria per Shatter, L’Ombra del Cavaliere oscuro – Batman secondo Nolan di Marco Furia analizza la fortunata trilogia dedicata dal regista inglese al supereroe più dark si sempre, facendo perno anche su un’interessante lettura di carattere psico-archetipico. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Perché la trilogia di Nolan si presta meglio di altre prodotte negli ultimi anni a questo approccio critico?
Marco Furia: A livello psicologico narrativo la trilogia di Nolan è quella che più si concentra sull’uomo, Bruce Wayne, più che sull’eroe mascherato che lo domina. Questa chiave narrativa permette allo spettatore di proiettare le sue istanze ed immedesimarsi più facilmente con quel Bruce che, al contrario del suo alter ego mascherato, incarna tutte le paure, i timori, le rinunce tipiche dell’uomo comune e che come questo lotta per rinascere con l’insegnamento più importante che si possa dare ad ogni uomo: cadere è inevitabile, rialzarsi ci rende uomini.

Tra cammino dell’eroe e cammino dell’uomo, Batman Begins dischiude la possibilità di vedere il concetto di trauma come la miccia che innesca questa personale versione del supereroe creato da Bob Kane. Possiamo parlarne?
M. F.:
Il trauma è il catalizzatore di questa storia, senza di questo non ci sarebbe Batman. Dal punto di vista clinico è comune che una persona che faccia fronte ad un senso di colpa dilagante spesso generi una figura alter ego come meccanismo di difesa, il più delle volte rappresentato dalla figura di uno psicologico “punitore” che possa apparentemente rendere giustizia ai crimini, ma realmente possa rendere il senso di colpa accettabile. Nello specifico il bambino Bruce si sente responsabile dell’omicidio dei propri genitori generando un senso di colpa ed una rabbia che di fatto generano l’Ombra di un punitore, Batman appunto, che è il meccanismo di difesa generato da Bruce per proteggere se stesso fino al punto di esserne dominato.

In che modo, The Dark Knight e The Dark Knight Rises, quasi mettendo da parte il protagonista, mostrano un campo da gioco in cui sono in ballo istanze archetipiche più profonde che arrivano fino allo scontro con il proprio doppio scuro?
M. F.: Se il trauma è il catalizzatore per generare Batman, tutta la saga è una proiezione onirica del vissuto di Bruce.
I nemici di Batman altro non sono che proiezioni dei vissuti psicologici di Bruce, ma secondo la psicologia del profondo nei nostri sogni siamo contemporaneamente attori e registi, quindi queste istanze rappresentano vissuti dell’Io stesso di Bruce, in una situazione psicologica conflittuale.
Dovrà scontrarsi con la dicotomia di Two Faces, che rappresenta la sua intima dicotomia tra il Sé reale ed il Sé ideale, cioè tra chi è e chi dovrebbe essere: scegliere di essere solo Bruce oppure continuare ad affidarsi a Batman?
Con il caos Joker, che rappresenta l’istanza antica della potenza primordiale in contrasto con il desiderio di controllo umano: è quest’istanza che manifesta all’uomo la sua vera dimensione minando un Io ipertrofico.
Con istanze femminili e proiezioni dell’anima, dove verrà tradito nella sua fiducia in chiara narrativa edipica per poi innamorarsi della proiezione della sua anima, troviamo una proiezione ancora una volta oscura come quella di Cat Woman.
Si arriva poi allo scontro finale con Bane, che rappresenta quell’Ombra che ormai lo domina e si è impossessata di lui.
Questo è lo scontro più difficile, con un alter ego dominante. È impossibile non notare le similitudini tra Bane e Batman: entrambi indossano una maschera, entrambi sono stati addestrati dalla setta delle ombre, entrambi rinchiusi e fuggiti da una prigione a forma di utero… la frase pronunciata da Bane: “La tua ombra ti tradisce perché appartiene a me” riassume tutto il terzo capitolo. A questo punto è Batman che indossa la maschera di Bruce Wayne e solo uccidendo l’eroe potrà nascere l’uomo.
Perché essere un eroe è facile, basta esserlo quando si presenta l’occasione; essere un uomo è difficile poiché bisogna esserlo ogni giorno.

Qual è l’importanza della dialettica tra puer e senex nella tua disamina trilogia? Puoi spiegare perché ricorri a questa precisa lettura?
M. F.: La dialettica tra il puer sempre bambino con tutti i suoi eccessi ed il senex quale figura guida dalla cui esperienza attingere è uno dei punti focali della crescita personale.
Nella trilogia, il bisogno di Bruce di accostarsi a figure paterne per colmare la sua carenza offre costantemente una figura guida onnipresente: il maggiordomo Alfred, è lui che rappresenta la saggezza e che guida il bambino Bruce, sia come baluardo alla sua sregolatezza che come monito alla figura di Batman che lo domina.
Nel film come nella vita il senex è una figura preziosa nel cammino dell’auto-realizzazione: se non avesse tratto insegnamento dai consigli e dalle cicatrici di Alfred e Fox, Bruce sarebbe rimasto in uno stato incompiuto tipico del puer, un eterno Peter Pan.

A livello anche soltanto narratologico, il progetto globale dell’operazione è stato ben chiaro nella mente di Nolan fin dall’inizio?
M. F.: Io direi proprio di sì, considerando che Nolan tratta temi psicologici spesso e volentieri: dalle amnesie di Memento alla discesa dell’inconscio personale e collettivo di Inception al viaggio dentro se stessi di Interstellar e The Prestige.
Io credo che in Nolan la casualità non esista: è evidente che abbia un chiaro riferimento psicologico quando interpreta cinematograficamente la creazione del Cavaliere oscuro e la trasformazione del bambino Bruce (non dell’eroe, ma dell’uomo) che era destinato ad essere. Questa trilogia, a mio avviso, è la perfetta trasposizione del cammino d’individuazione junghiana.

Come nasce l’idea di questo saggio pubblicato da Shatter? E in che modo è legata al tuo background?
M. F.: L’idea di questo saggio nasce dal mio desiderio di omaggiare il linguaggio narrativo di Nolan, ma soprattutto dal mio bisogno personale, quasi ossessivo, di scrivere sull’Ombra, un tributo al mio daimon Hillmaniano.
Il nesso con Shatter è stato Nico Parente, direttore della collana Cinema, e con il quale (ed Edoardo Trevisani) ho collaborato per il mio primo saggio: Questa notte non dormire (Il Foglio), incentrato sulla saga di Nightmare e sulla figura di Freddy come archetipo dell’Ombra. Inoltre, questo L’Ombra del Cavaliere oscuro è frutto dei miei studi di psicologia del profondo ad indirizzo Junghiano.

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