“Abbiamo uno scrigno di segreti noi due e insieme lo terremo chiuso a chiave”. La trama intricata della miniserie Belgravia, firmata Sky Atlantic e uscita lo scorso 6 ottobre, è l’emblema di un’eredità di segreti che le generazioni dei Bellaisis e Trenchard si tramandano dal 1815. La serie tv di John Alexander dispiega la narrazione delle sue sei puntate tra le luci e le ombre delle dimore lussureggianti della nobiltà e dell’alta borghesia che agli inizi del 1800 era coinvolta in prima linea nell’avanzata napoleonica.

Una serie che riprende il nome dall’omonimo romanzo di Julian Followes e che rappresenta la città a cui tutti i personaggi appartengono e a cui tutto si riconduce; Belgravia è la custode di un segreto profondo, essa mescola le carte e interpella tutti i suoi personaggi e i loro errori. Il primo inganno è quello di ritenere Sophia, figlia di Anne e James Trenchard, ed Edmund Bellais, nipote della duchessa di Richmond, le principali figure di tutta la narrazione, mentre non è la loro presenza fisica ad essere rilevante quanto piuttosto il frutto delle loro scelte: due caste diverse, un matrimonio potenzialmente non valido, un onore compromesso e un segreto che solo la famiglia di Sophia conosce. Le differenze sociali sono ben chiare sin dalla luce e dai dettagli delle dimore per cui si prediligono spazi ampi, luminosi e intarsiati d’oro per la nobiltà, spazi più chiusi e in ombra per la borghesia in ascesa, luci fioche e spazi sempre più piccoli per le classi miserabili. Tutto questo in una Bruxelles che si apprestava a sconfiggere Napoleone e successivamente in una Londra pronta a quel progresso di cui gli stessi personaggi, tramite i dialoghi, fanno le veci.

Passioni, imbrogli, amore, interessi e qualche stereotipo ondeggiano tra gli eventi al ritmo dei sontuosi vestiti, delle nuovissime tazzine da tè e del galoppo dei cavalli unendo le figure di due donne tanto distanti quanto inconsapevolmente legate; un legame proveniente proprio da Sophia ed Edmund e che continuerà a riproporsi fino agli ultimi legittimi eredi, proprio come le omissioni e le menzogne.

Gli scarti temporali sono notevoli, ma fluiscono gradevolmente grazie all’utilizzo di flashback e transizioni a dissolvenze che aiutano a colmare i vuoti narrativi; al contrario dei passaggi spaziali che talvolta risultano troppo netti nel montaggio, in cui si ricorre al passaggio da spazi chiusi e scuri ad una ripresa aerea sulla città in piena luce del giorno. La stessa sensazione di disorientamento la si ha nella fase finale in cui si assiste ad un’accelerazione degli eventi, quasi come se più sequenze fossero compresse in molte meno probabilmente per la necessità di essere una miniserie.

Lo stile narrativo e la scansione delle varie cronologie, però, portano lo spettatore ad essere costantemente in attesa del prossimo episodio, non rendendo mai troppo saturo di contenuti ognuno di essi con una durata pressoché breve di quarantacinque minuti. Lo spettatore è dunque stimolato dai tranelli in cui spesso incappa, dai dettagli iniziali sfuggenti, dal parallelismo delle storie: Belgravia con i suoi mille passaggi segreti accompagna lo spettatore nel mezzo di uno stile che si districa tra una più moderna “Downton Abbey” e un più smaliziato “Brigerton”.

Cristina Quattrociocchi