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“Bellissime”. Baby Barbie tra passato e presente

“Da ragazzina non ho avuto la vostra fortuna e sono stata castrata in molte cose”.

Si dice che il lavoro più difficile al mondo sia quello del genitore: non è semplice comprendere i propri figli, interpretarne i silenzi, conciliare le idee e, soprattutto, non è semplice separare la propria immagine dalla loro. “Bellissime”, docu-film del 2019, ma disponibile su Netflix dal 29 giugno 2020, è un volano tra la figura di Cristina, una madre eccentrica e onnipresente, e quella delle sue tre figlie Giovanna, Francesca e Valentina.
“Non voglio essere come te”, “i miei genitori non me lo avrebbero mai permesso”, queste sono le tipiche frasi nelle liti tra genitori e figli e, in “Bellissime”, il tutto viene tradotto con una madre che progetta shooting e sfilate e tre ragazze che, superata la maggiore età, non comprendono cosa le spinga ancora verso quel mondo. Durante l’infanzia tutto prendeva la forma di un gioco, non vi era la percezione degli stereotipi, dei no ricevuti e delle aspirazioni dei grandi, ma il nodo si stringe di scatto una volta cresciute: è davvero questa la vita che vogliono? A giudicare dalla loro popolarità reale sui social network probabilmente sì, in particolar modo per Giovanna, la Baby Barbie più famosa degli anni ’90, ma come sono arrivate fino a lì? Hanno avuto un modello a cui ispirarsi? No, semplicemente hanno inseguito il sogno di qualcun altro, ovvero quello della mamma.
Cristina, infatti, parla in prima persona del suo rapporto tormentato con la madre, delle violenze, della mancata libertà di scelta essendo costretta a vivere in quello che è un rapporto deviante tra genitore e figlio. Lei fa una scelta apparentemente opposta e diventa una figura troppo presente per le figlie, non riuscendo a separare il suo ruolo di madre da quello della ragazza che ha visto infrangere i suoi sogni. Cristina trasla sulle figlie le sue aspettative, segue da dietro le quinte i loro progressi quasi fosse sempre sul punto di prendere il loro posto, non per egoismo, ma per sete di rivincita.
La narrazione stessa dichiara quale sia il ruolo di Cristina: flashback costanti rimandano ad immagini del passato in cui la madre insegna alle figlie come muoversi da dietro una telecamera; oppure salti compiuti nel suo passato mentre l’inquadratura è sulle ragazze. Insomma, Cristina riesce ad essere la protagonista di un docu-film in cui il focus dovrebbe essere sulle figlie.
Il racconto tutto sommato è una finestra sulla vita di una famiglia reale che riporta esattamente problemi reali: quante volte un genitore auspica per il figlio una professione particolare? E quante volte i figli subiscono la responsabilità di portare avanti i sogni dei propri genitori?
Cristina è l’emblema di un unico messaggio possibile: essere genitore è un duro lavoro, ma partire dall’accettazione di sé stessi, dalla stima e dall’appagamento verso la propria persona, consentirà di rendere il viaggio meno tortuoso per sé stessi e per i sogni dei propri figli, qualunque essi siano.

Cristina Quattrociocchi

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