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Bellocchio pigliattutto ai “Covid di Donatello” (la battuta è di Benigni)

L’angolo di Michele Anselmi

Il verdetto finale era in buona misura già scritto, ma forse neanche Marco Bellocchio si aspettava di fare il bis, conquistando sia il David di Donatello per il miglior film sia quello per la migliore regia. Naturalmente con “Il traditore”, la potente cine-biografia del mafioso atipico Tommaso Buscetta interpretata da Pierfrancesco Favino, anch’egli destinatario di una statuetta come miglior attore protagonista (scelta quasi d’obbligo). Il regista piacentino, oggi 80enne, è stato simpatico nel collegamento da casa imposto dal Covid-19 a questa 65ª edizione del premio: “Il mio spirito è un po’ democristiano, cattolico. Vorrei che vincessero tutti”. Chissà se lo pensava davvero, però la frase è suonata bene. E comunque sei David, a mettere insieme le varie categorie premiate, non sono pochi.
Troppa grazia per “Il traditore”? I giurati sembrano aver votato “a cascata”, come succede spesso quando si impone un titolo forte, anche di successo popolare; e tuttavia forse avrebbe avuto senso dirottare il premio per il miglior regista su un nome diverso. Ad esempio, parere personale, sul giovane Matteo Rovere: “Il primo re” è opera audace e non convenzionale, forse troppo audace per la giuria dei David, nonostante il “make-up” generazionale applicato dalla presidente e direttrice artistica Piera Detassis.
“Fortemente” voluta dai capi di Viale Mazzini (l’avverbio è stato ripetuto due o tre volte), la serata di premiazione è andata in onda in prima serata su Raiuno, a mo’ di testimonianza affettuosa, insomma a esprimere una nutrita solidarietà nei confronti del cinema italiano che sta passando i suoi guai, tra film bloccati, schermi spenti, set chiusi, addetti disoccupati, bilanci in rosso, scarsi ammortizzatori sociali, eccetera. “Il cinema è l’arte del sogno” ha ricordato il presidente Mattarella in un nobile messaggio letto in diretta da Carlo Conti, l’unico ad essere presente in studio: l’immagine è forse un po’ abusata ma ci sta in quel contesto. Semmai il conduttore avrebbe fatto meglio a non evocare cosìm calorosamente la prima edizione del premio, avvenuta nel 1956 all’interno del romano cinema Fiamma, purtroppo tristemente chiuso da anni.
Gli altri riconoscimenti principali? Jasmine Trinca migliore attrice protagonista per “La dea fortuna” di Ferzan Ozpetek, Luigi Lo Cascio miglior attore non protagonista sempre per “Il traditore”, e fin qui non ci piove, due prove notevoli, di forte spessore espressivo; un po’ pleonastico è apparso invece il David per la migliore attrice non protagonista caduto su Valeria Golino per “5 è il numero perfetto” di Igort, non fosse altro perché la brava attrice è stata premiata già varie volte in passato, e per film migliori. Quanto a “Pinocchio” di Matteo Garrone, cinque i riconoscimenti ottenuti, ma per lo più di tipo tecnico, insomma meno “pesanti”.
S’intende che il più ringraziato da casa, nel corso della serata, è stato Paolo Del Brocco, anche ragionevolmente, essendo quasi tutti i titoli in lizza prodotti e coprodotti da Raicinema. La battuta migliore è venuta da Roberto Benigni, il quale, esibendo un elegante smoking, ha ribattezzato la serata “il Covid di Donatello”. Buffa, o squisitamente snob, l’uscita di Valeria Bruni Tedeschi, in lizza come attrice per “I villeggianti” da lei anche diretto: s’è detta orgogliosa di aver ottenuta “la nominazione”, e vai a capire perché non abbia usato le parole canoniche, cioè candidatura o nomination.
Per la cronaca, 22 i riconoscimenti assegnati: 20 riguardanti le categorie del cinema italiano, 1 riservata al miglior documentario di lungometraggio (“Selfie” di Agostino Ferrente), 1 al miglior film internazionale (“Parasite” di Bong Joon-ho). Il David speciale per la carriera è andato a Franca Valeri, che si appresta a compiere cent’anni; e per restare sul fronte degli omaggi s’è parlato con affetto di Alberto Sordi e di Federico Fellini.
La formule televisiva, bisogna riconoscere che la sobrietà quasi francescana consigliata dall’emergenza sanitaria alla fine ha sortito qualche effetto positivo, riducendo al minimo la cine-retorica tipica di queste serate di gala. Come s’è detto, i candidati ritenuti più significativi sul piano della celebrità erano collegati via computer da casa, il che ha offerto al telespettatore l’occasione per una sbirciata gustosa agli ambienti domestici di premiandi e premiati. Si sono notati librerie ricolme di volumi Adelphi, tinelli, quadri giganti, listelli dorati, eleganti sfondi bianchi fatti anche con lenzuola stese al volo, carte da parati, divani, scrivanie, lampade giganti e termosifoni. Un catalogo scenograficamente interessante.

Michele Anselmi

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