L’angolo di Michele Anselmi

Devono essere proprio bellissimi, diciamo indiscutibili, i cinque film italiani che il direttore Alberto Barbera ha piazzato in concorso alla 78ª Mostra di Venezia (1-11 settembre). Cinque titoli tricolori su ventuno significa quasi il 25 per cento del menù principale; certo Thierry Frémaux a Cannes 2021 s’è spinto perfino oltre, mettendo addirittura sette film francesi in gara, più coproduzioni varie. Ma resto dell’idea che un certo equilibrio tra rappresentanze nazionali, in un festival internazionale, sia scelta buona e giusta, da praticare con una certa disciplina.
Ciò detto, almeno sulla carta, i film italiani che concorreranno al Leone d’oro risultano interessanti, anche parecchio attesi. Sono “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino, “Qui rido io” di Mario Martone, “America Latina” dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, “Freak Out” dfi Gabriele Mainetti, “Il buco” di Michelangelo Frammartino. Tranne il primo, targato Netflix, gli altri rientrano più o meno, se non vado errato, sotto il grande ombrello Rai Cinema, ma è anche naturale, essendo Medusa ormai fuori dal giro del film d’autore, al pari di Vision Distribution.
Al magnifico quintetto, peraltro, bisogna aggiungere altri tre titoli nostrani inseriti nella sezione Fuori concorso, e cioè: “Il bambino nascosto” di Roberto Andò, “Ariaferma” di Leonardo Di Costanzo e “La scuola cattolica” di Stefano Mordini.
Ha detto in proposito Barbera nella sua torrenziale presentazione via streaming: “Non si tratta di sostenere ad ogni costo il cinema italiano, è solo la fotografia di un particolare momento di grazia”. vabbè. Lo dicono tutti i direttori della Mostra, ieri come oggi, quando abbondano un po’ sul versante del bottino patriottico, ma bisogna fidarsi del suo fiuto, sicché c’è da augurarsi che, benché quest’anno non ci sia un presidente di giuria italiano, la corposa squadra nazionale possa competere davvero, l’11 settembre, per il massimo premio, appunto il Leone d’oro.
Resta da capire se abbia senso presentare i film della Mostra, uno per uno, per un’ora di seguito, esprimendo pareri e sunteggiando le storie, pure usando aggettivi come “sorprendente”, “straordinario”, “spiazzante”, “inaspettato”; io penso di no, infatti il presidente della Biennale, Roberto Cicutto, ha ironizzato un po’ sul “dono della sintesi” del medesimo Barbera, il quale alla fine dell’elenco, a onor del vero, ha scherzato sulla questione. Poi hanno interrotto a lungo il collegamento in attesa delle domande (scelta bizzarra), così, ormai stremato, mi sono perso il resto della conferenza stampa.
Naturalmente, al netto delle tifoserie già all’opera sui social, stavolta in chiave ultra-elogiativa per la serie “Ciaone a Cannes”, quest’edizione ha molta benzina in serbatoio. Barbera e i suoi selezionatori hanno potuto misurarsi con un ampio ventaglio di proposte: ci sono gli autori noti che fa sempre piacere ritrovare, tra i quali Paolo Sorrentino, di solito habitué della Croisette se ha un film da concorso; ci sono i giovani talenti in cerca di conferma; c’è il grande cinema hollywoodiano, presente con tre major, Universal, Warner Bros e Disney, assai ringraziate dal timoniere; ci sono cinque registe, meno dell’anno scorso ma sempre una presenza che conta; ci sono temi di forte impronta sociale, come la violenza sulle donne, la ferocia dei militari al potere, la brutalità delle ristrutturazioni aziendali. In ogni caso, pare di capire, emerge dal ricco menù un’idea di cinema vario e non “punitivo”, anche di impianto spettacolare, capace di piacere sia al pubblico pagante, sempre che torni al cinema in sala, sia ai critici in cerca di capolavori.
Alcuni titoli? Sul versante della competizione, accanto alla nutrita pattuglia italiana, ci si aspetta parecchio da “Madres Paralelas” dello spagnolo Pedro Almodóvar, chiamato ad aprire le danze, da “Un autre monde” del francese Stéphane Brizé, da “Spencer” del cileno Pablo Larraín, da “Sundown” del messicano Michel Franco (quello di “Nuevo Orden”, premiato l’anno scorso al Lido), da “The Power of the Dog” dell’australiana Jane Campion, da “The Card Counter” dell’americano Paul Schrader, da “Competenzia oficial” degli argentini Mariano Cohn e Gastón Duprat. Per non dire, sul piano dei fuori concorso a effetto, dell’ormai mitizzato remake di “Dune” firmato dal canadese Denis Villeneuve e del fosco “The Last Duel” del britannico Ridley Scott.
Certo si parla molto inglese e italiano nei film di questa Mostra, la Cina è sempre più lontana, il Giappone risulta dimenticato, l’Africa pare scomparsa dal radar, ma il ritorno in massa delle star americane sul tappeto rosso dovrebbe controbilanciare la permanenza delle rigide norme anti-Covid sperimentate con successo lo scorso anno (confesso: io ero perplesso, mi sbagliavo). Qui una scheda con tutti i film in concorso.

Michele Anselmi

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MIRACOLO: SORRENTINO IN GARA AL LIDO

Immagino che sia grazie a Netflix se “È stata la mano di Dio” sarà in concorso alla prossima Mostra di Venezia. Scelta perfetta, anche sul piano promozionale e mediatico. Una quindicina di giorni fa il regista napoletano era a Cannes per conferire la Palma alla carriera a Marco Bellocchio, e non è un segreto per nessuno che il direttore Thierry Frémaux custodisca un’idea un po’ parziale, diciamo vetero, dell’attuale cinema italiano: per lui rappresentato solo dalla triade Moretti/Sorrentino/Bellocchio. Eppure il nuovo film di Sorrentino va in gara a Venezia. Non era mai successo. Sembrerà strano, ma è così. “È stata la mano di Dio”, nato da uno spunto fortemente e dolorosamente autobiografico, sarà certamente molto bello; ma di sicuro nell’approdo veneziano hanno inciso alcune condizioni favorevoli, a partire dal semplice fatto che sia proprio Netflix, visto come il demonio o qualcosa del genere a Cannes, a coprodurre, insieme alla società The Apartment . D’altro canto, Sorrentino, come Moretti, ha sempre preferito spedire i suoi film a Cannes, faceva più figo; con l’eccezione del suo primo, “L’uomo in più”, che fu accolto in una sezione parallela della Mostra, mi pare “Cinema del Presente”, nel lontano 2001. Fu un errore, quel bel debutto meritava sicuramente di più. Da allora in poi, salvo che per presentare qualche episodio delle sue serie per Sky sui pontefici Jude Law e John Malkovich, Sorrentino s’è sentito sempre più al sicuro sulla Croisette che al Lido. Ricordo, per inciso, che dopo “L’uomo in più” Sorrentino ha girato altri otto film.